Pombeni: “Senza ideologie? Rimane soltanto la fiducia in una persona” - DIRE.it

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Pombeni: “Senza ideologie? Rimane soltanto la fiducia in una persona”

Intervista di Stefano De Martis a Paolo Pombeni* per www.agensir.it


Le prossime elezioni comunali rappresentano per i partiti una sfida dai risvolti inediti. A Palermo il Pd corre senza il proprio simbolo in appoggio al sindaco uscente, a Padova e Pistoia se la deve vedere anche con liste civiche che insistono sulla stessa area politica; a Genova, Parma e Padova i 5Stelle devono competere con liste formate da ex; il centro-destra si presenta unito a Genova e diviso a Palermo. Sono soltanto alcuni esempi relativi ai centri maggiori. Che cosa possono significare in termini generali?

A mio avviso confermano che l’universo dei partiti è in ebollizione e si sta ridefinendo perché le vecchie appartenenze non reggono più. È un processo che vediamo in atto anche in Europa. Va nello stesso senso anche una seconda osservazione: una così forte prevalenza del fattore locale in elezioni di tipo amministrativo, che dà luogo a situazioni tanto diversificate, è un ulteriore sintomo della debolezza del sistema dei partiti.

Quanto incide nelle comunali la legge elettorale in vigore?

Ha un’incidenza molto importante. Il focus è sull’elezione del sindaco e questo fa sì che si tratti di elezioni con un evidente carattere leaderistico. Anche questo intercetta il tema della debolezza dei partiti, che di fronte a un candidato forte sono costretti a fare un passo indietro o a mimetizzarsi. Quando il candidato forte non c’è, allora tornano in campo le logiche di schieramento.

La personalizzazione, comunque, caratterizza anche la politica nazionale e non solo in Italia, basti pensare all’elezione di Macron in Francia…

Il punto è che, non reggendo più le ideologie, diventa difficile costruire aggregazioni sulla base di opzioni di tipo identitario. Allo stesso tempo anche le aggregazioni di tipo programmatico non sono praticabili perché– ed è un problema enorme– nessuno in realtà crede più che si possano fare seriamente dei programmi. Rimane soltanto la fiducia in una persona.

Lei citava la Francia, ma anche in Olanda è avvenuto così e in Germania la Merkel non ha competitori perché nessuno è in grado di trasmettere la fiducia che suscita una leadership così prolungata. Nella stessa Gran Bretagna, la May sembra avviarsi a vincere proprio a causa della debolezza della leadership dei laburisti.

L’Italia ha anche il problema di un sistema istituzionale ed elettorale bisognoso di aggiornamento. In questi giorni si discute in particolare di legge elettorale. Di quale sistema avrebbe bisogno il nostro Paese?

All’Italia servirebbe una legge elettorale che riesca a tenere insieme due aspetti. Da un lato recuperare e radicare il rapporto tra i candidati e i territori; dall’altro evitare la frammentazione, che anche nel rapporto con i territori può trovare alimento. Tra le proposte in campo, quella del Pd che abbina una metà di collegi uninominali maggioritari e una metà di seggi assegnati con il proporzionale, potrebbe andare nella giusta direzione. Ma attenzione: per arrivare a un risultato bisogna che tutti si arrendano all’idea che la legge elettorale perfetta, capace di garantire a ogni partito il miglior risultato possibile, non esiste.

Se poi vogliamo spostarci su un altro livello, rispetto alle cronache di questi giorni, il discorso di fondo è che la politica ha troppo potere e interviene massicciamente anche in campi di cui non dovrebbe interessarsi direttamente. Penso alle nomine degli enti, per esempio. Se le elezioni si traducono in un assegno in bianco per il vincitore che lo autorizza a decidere su tutto, allora la legge elettorale diventa un terreno su cui è veramente arduo trovare un accordo. Avremmo bisogno di una politica con meno potere.

Ma quando andremo a votare? Alla fine della legislatura?

Per andare a elezioni anticipate dovrebbe accadere un evento traumatico. E questo nessuna persona ragionevole può augurarselo.

E dopo? Stando alle simulazioni correnti, formare un governo sarà un’impresa ardua, per usare un eufemismo.

Dobbiamo in ogni caso sperare che la classe politica riveli la maturità necessaria per trovare una forma di governabilità. Non è accettabile che si dica: sfascio tutto se non si gioca con le mie regole. Avere un governo è un interesse imprescindibile del Paese e se non si condivide questo principio fondamentale il rischio è di finire prima o poi come a Weimar.


*Paolo Pombeni è professore emerito, dopo essere stato ordinario di Storia dei sistemi politici europei e di Storia dell’ordine internazionale presso la Scuola di scienze politiche dell’Università di Bologna. Fa parte della direzione della rivista “Ricerche di Storia politica”, che ha fondato, e dell’editorial board del “Journal of Political Ideologies”. Ha diretto l’edizione critica degli scritti e discorsi politici di Alcide De Gasperi. Attualmente dirige il periodico on line “Mente Politica, è membro del consiglio editoriale dell’editrice “Il Mulino” e del comitato di direzione dell’omonima rivista. Editorialista di importanti quotidiani nazionali, dal 1972 cura una rubrica di analisi politica su “Vita Trentina”.

 

29 maggio 2017
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