Nuova veste per ‘Il Pastore’ di Martini, restauro firmato Iscr

ROMA – La difficoltà del trasporto, le analisi dei materiali, la preparazione di una giovane restauratrice e la cura dell’Istituto superiore per la conservazione e il restauro. C’è un mondo tutto da raccontare dietro il restauro della preziosa opera di Arturo Martini, ‘Il pastore’, che dopo un anno è pronta a tornare nelle sale della Galleria d’arte moderna.

Reso possibile dal finanziamento di borse di studio per giovani restauratori da parte della Fondazione Paola Droghetti, l’intervento, che rappresenta “un esempio di vero e proprio mecenatismo culturale”, si è reso necessario per il delicato stato di conservazione della scultura che nel 1974 andò in pezzi a causa della caduta di un pannello espositivo all’interno della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, dove era in deposito temporaneo. “Capolavoro della collezione capitolina e della scultura italiana del Novecento”, ‘Il pastore’ è databile al 1930. La statua, a grandezza naturale, appartiene a un gruppo di monumentali sculture in terracotta e in materiale refrattario realizzate dall’artista alla fine del secondo decennio del Novecento, alcune delle quali esposte alla Prima Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma del 1931, occasione nella quale Martini ottenne il primo premio per la scultura.

Nonostante lo “straordinario restauro” eseguito “in modo archeologico” nel 1975, l’opera era molto fragile e uno dei primi problemi era la sua trasportabilità. A raccontare le fasi dell’intervento, il direttore dell’Istituto superiore per la conservazione e il restauro (Iscr), Gisella Capponi, che alla Galleria d’arte moderna ha presentato l’opera insieme a Federica Pirani della Sovrintendenza capitolina e al presidente della Fondazione Paola Droghetti, Vincenzo Ruggieri. Con loro, anche la giovane restauratrice vincitrice della borsa di studio, Susanna Bassotti. Ancora prima del trasferimento dal museo all’Iscr, sulla scultura sono state eseguite indagini fisiche come la videoendoscopia e la radiografia agli Rx. “A distanza di tanti anni- ha spiegato Capponi- la nostra grande preoccupazione era per gli adesivi usati nel restauro del 1975”.

Trasportata in Istituto, è stato verificato lo stato di conservazione dell’opera. Indagini chimiche hanno rivelato la natura del materiale costitutivo della scultura, poi, c’è stato lo studio della tecnica esecutiva, avvenuto dopo la pulitura. Rimossi i depositi di sporco, i restauratori hanno trovato le impronte delle mani di Martini. “Ce ne sono tantissime- ha raccontato Capponi- e questo ci ha dato anche la possibilità di leggere le sue sensazioni sull’opera”. E visto che “le indagini hanno evidenziato la bontà e l’efficacia dell’intervento del 1975, il restauro è stato sostanzialmente di pulitura e di presentazione estetica”.

Ma l’importanza di un intervento come quello eseguito su ‘Il pastore’ sta nel “lavoro di gruppo che ha visto intorno all’opera alternarsi varie professionalita’. Abbiamo chiamato anche ceramisti e ingegneri esperti di fornaci”. In questo anno, ha detto ancora Capponi, “tutti i problemi di opere così imponenti sono stati investigati e documentati. Con la Fondazione Droghetti- ha tenuto a dire- c’è stata una collaborazione particolarmente preziosa, diretta a una componente vitale del nostro Istituto che e’ la scuola che vanta origini antiche e che adesso rilascia un diploma equiparato alla laurea magistrale di cinque anni. Ne siamo orgogliosi, la scuola ha preparato tecnici che tutto il mondo ci invidia. Il fatto che la Fondazione abbia dato a un neodiplomato la possibilità di avere un primo incarico con un’opera importante e’ qualcosa che ci fa piacere”. E adesso, il lavoro dell’Iscr è raccontato anche nel volume ‘Potenze naturali. Il restauro del ‘Pastore’ di Arturo Martini. Storie di restauro’, pubblicato da Gangemi.

29 Maggio 2015
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