Lavoro. Pochi diritti e tanta elusione tasse: ecco la gig economy

ROMA – La gig economy, in inglese ‘economia dei lavoretti’, nasce dalla crisi del 2008 secondo la logica del “non ce la fai a sbarcare il lunario? Fai dei lavoretti per arrotondare”. Prometteva guadagni facili in poco tempo, ma soprattutto si proponeva di portare la disintermediazione tipica dell’online, anche nel mondo del lavoro. A dieci anni di distanza la verità sta emergendo, lentamente, ma con forza. Prima sono arrivati gli allarmi di: Jack Ma, fondatore di Alibaba, Elon Musk, fondatore di Tesla, e il padre del web Tim Berners Lee, non esattamente dei luddisti. Negli ultimi mesi sono comparsi vari articoli, anche su Open polis, tradotti da un lavoro di Mark Graham e Joe Shaw dell’Università di Oxford che mettono in dubbio la gig economy, presentata come la panacea di tutti i mali. Prima di iniziare è giusto definire qualche differenza: la gig economy non è la sharing economy. Sharing economy è BlaBlaCar, se devo fare un viaggio da Roma a Milano con la mia macchina e voglio dividere le spese mi iscrivo alla piattaforma, inserisco un annuncio e trovo uno o più compagni di viaggio. Gig economy è Uber, tu hai una macchina, ma non scegli tu il percorso, quello lo sceglie il cliente che tu dovrai scarrozzare, niente condivisione del mezzo, solo un servizio che tu offri a pagamento, condividendo il 25% dei ricavi con la piattaforma.

QUANTO È GRANDE LA GIG ECONOMY

Purtroppo non ci sono cifre ufficiali, una stima approssimativa è stata fatta dalla società di consulenza Pricewaterhouse Coopers, che ha sancito come l’economia dei lavoretti passerà dai 15 miliardi, del 2014, ai 335 miliardi nel 2025. Impiegando un range di lavoratori che va da 1.5 milioni di lavoratori a un massimo di 42 milioni. Secondo la Brooking Institution, solo in America, ci sarebbero 12 milioni di lavoratori da piattaforma.

I GUADAGNI, QUELLI VERI, IN MANO A POCHI

La logica è: tu metti il lavoro, loro la piattaforma, a loro il grosso dei ricavi, a te le briciole. E’ così per i riders di Foodora e i runners di Deliveroo, ma anche per i driver di Uber, gli affittacamere di Airbnb e i lavoratori di TaskRabbit. Tutti accomunati dal fatto che offrono il loro lavoro su di una piattaforma che gli chiede una percentuale sui loro guadagni, scaricando su di loro ogni rischio di impresa. Da una parte salari da fame, nessun diritto sindacale e proprietà private, come auto, case e biciclette, messe a disposizione della piattaforma. Dall’altro solo grandi guadagni e poche tasse. Alcuni esempi? Airbnb ha un valore di 30 miliardi di dollari, Uber viene valutato circa 70 miliardi di dollari, Deliveroo 129 milioni di sterline. Naturalmente le premesse e le promesse iniziali non erano certo queste. Nel 2009, quando nacque Ubercab, prospettava un guadagno di 6mila dollari al mese per quei driver disposti a guidare in certi mesi dell’anno. Quattro anni dopo Uber sbarca a Los Angeles con una tariffa oraria di 2,75 dollari per miglio e una media oraria che si aggirava fra i 15 e i 20 dollari, tranne poi scendere a poco meno della metà qualche mese successivo per sbaragliare la concorrenza di Lyft. Come se non bastasse Travis Kalanick rincarò la dose con un tweet in cui spiegava ai suoi follower come “gli autisti di Uber arrivassero a guadagnare fino a 90mila dollari all’anno”. Riccardo Staglianò nel suo ultimo libro “Lavoretti” ha fatto qualche calcolo scoprendo una realtà ben diversa. Utilizzando Sherpashare, un’app che aiuta i driver a ottimizzare le spese e tenere la contabilità, ha scoperto che nella maggior parte degli Stati Uniti i driver incassano fra gli 8 e gli 11 dollari l’ora al netto delle commissioni. New York rappresenta un’eccezione con i suoi 20 dollari l’ora, ma per raggiungere la fantomatica quota dei 90mila dollari annui si dovrebbe guidare 12 ore al giorno per 365 giorni. Nel 2016 i fattorini torinesi di Foodora hanno scioperato quando la loro occupazione è diventata in pratica un lavoro a cottimo, passando da un compenso orario di 5 euro lordi è a 2,70 euro a consegna. D’altronde i fondatori della nota app di consegna del cibo recitavano “Non un lavoro, ma un’occupazione per chi ama andare in bicicletta”.

TANTI GUADAGNI, POCHE TASSE

Tanti guadagni, poche tasse. I proprietari delle piattaforme hanno potuto guadagnare miliardi di dollari riducendo al minimo i costi fissi, cioè non avendo strutture pesanti e pagando il meno possibile i dipendenti, negando loro tale status, anche perché quando sprofondano sotto la soglia di povertà intervengono le tasse della collettività con i sussidi sociali. Imposte, che i capitani coraggiosi della gig economy sono specializzati nell’eludere. Basta pensare che Apple, con un fatturato da più di 220 miliardi di dollari, paga lo 0,005% di tasse in Irlanda, almeno fino al 2020. Airbnb l’anno scorso a fronte di un fatturato di 2,6 miliardi di dollari nel 2017 ha pagato meno di 90mila euro l’anno. Uber Tecnhologies Inc, con sede nel paradiso fiscale americano del Delaware, ha creato la sua sussidiaria Uber International Cv: una società di diritto olandese con sede nelle Bermuda, dove confluiscono i soldi delle corse effettuate fuori dagli States. Uber International in pratica versa alla casa madre 1,45% sui futuri guadagni in cambio del diritto di utilizzare la sua app. Così di una corsa da 100 euro, 75 vanno al guidatore che ci dovrà pagare le tasse, 25 euro vanno a Uber B.V che trattiene l’1%, sottratti i costi, e trasferisce il resto a Uber International C.V come royalty non tassabili, secondo le leggi olandesi. Quindi dei 25 euro, 24 e 75 sono guadagni e i 25 centesimi rimanenti sono reddito tassabile in Olanda. Staglianò scrive nero su bianco: “Imposte come quelle di Airbnb e degli altri campioncini della gig economy che mancheranno all’appello per mantenere le strade e potenziare i mezzi pubblici. Un buco potenziale da 3,5 miliardi di sterline, da oggi al 2021, ha annunciato il cancelliere dello scacchiere Philip Hammond citando stime dell’Officer for budget responsability”.

29 Marzo 2018
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»