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Angola, nella villa di Neto invasa dagli sfollati sulla “collina della luce”/FOTOGALLERY

Luanda (ANGOLA) – Piastrelle azzurre sbeccate sfumano nello stagno di bottigliette di plastica, tappi e zanzare che ha occupato l’invaso. Estrela, 17 anni, tiene in braccio Miguel che non ne ha compiuti due. Guarda seria di fronte a sé, mentre in questo ‘bairro’ alto sul mare a sud di Luanda il suo vicino di casa Ambroise spiega: “Fu la villa di gioventù di Antonio Agostinho Neto, il primo presidente, il padre dell’Angola indipendente”. L’Unione Sovietica non esiste più, e in questo Paese di petrolio, diamanti e miseria è finita anche la guerra civile. Ora la piscina è una discarica assediata dalle baracche degli sfollati, ma che bello doveva essere. In basso, guardando oltre l’autostrada che porta agli ipermercati e ai nuovi condomini dei petrolieri, si vedono le palme, l’Oceano e alcuni dei relitti delle navi da guerra che punteggiano il litorale nonostante 15 anni di pace.

Morro da Luz, “la collina della luce” dove abitò Neto, indipendentista e rivoluzionario, marxista e poeta, è un belvedere costruito su una montagna di spazzatura. Proprio così. Dai fianchi della collina scende un mare di sacchetti, brandelli, bottiglie e bidoni: sono queste le fondamenta delle baracche che hanno circondato la villa di Neto. Sulle pareti azzurre, accanto al portico d’ingresso, brilla il Sole dei tropici. E i bambini la fanno da padroni. Corrono trascinando bambole e copertoni, agitano treccine, rovistano nella spazzatura. Se torni giù, dalla strada, li vedi scalare a mezzacosta. Attenzione però a non fotografarli. A circa 100 metri, infatti, c’è il muraglione della villa residenziale del presidente José Eduardo dos Santos: ettari di parco circondati da telecamere di sicurezza, luogo sensibile, vietato a giornalisti e curiosi. “Simbolo della disuguaglianza”, accusa il portale online ‘Club K’. Forse è vero, di certo non è l’unico. Basta proseguire lungo l’autostrada, fino a Talatona, la città nuova per i funzionari e gli impiegati delle società petrolifere. Alberghi, grattacieli e condomini in costruzione, progettati negli anni del barile oltre i cento dollari, si susseguono uno dopo l’altro. C’è anche un po’ d’Italia, con il Dolce Vita e l’Hotel Florence.

Non lontano, lungo l’autostrada, sfila un parallelepipedo tutto vetro e acciaio: è un ipermercato della catena Candando, proprietà di Isabel Dos Santos, la figlia del presidente che amministra pure la società petrolifera di Stato. E Morro da Luz? Sulle baracche ci sono segni di vernice e numeri in progressione. Vuol dire che sono illegali e che saranno abbattute. “Dicono di dover ripulire la zona, pare abbiano in programma di costruire case nuove” spiega Ambroise, 40 anni, due bimbi per mano tra le lamiere di alluminio e la discarica. Come i suoi vicini, è arrivato sul Morro nell’ultimo periodo della guerra, al tempo dell’offensiva finale del Movimento popular para a libertacao de Angola (Mpla), il partito di Neto e pure di Dos Santos. Potrebbe essere costretto a partire ancora.

dal nostro inviato in Angola, Vincenzo Giardina

29 marzo 2017

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