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DIRE - LE OPINIONI

Ma se crolla Schengen crolla l’Europa

di Barbara Varchetta (Pubblicista, esperta di Diritto e questioni internazionali)

Sono sempre meno gli elementi condivisi tra gli Stati che oggi, forse troppo velleitariamente, si definiscono  Comunità Europea. Cosa li unisce? Molto poco. Cosa li divide? Quasi tutto.

In una Europa che, a sessant’anni dalle prime prove tecniche di unità, stenta ancora a presentarsi al mondo come sistema granitico e coeso, che non possiede una legislazione comune forte e vincolante, che non riesce a garantire una crescita sociale equa a tutti gli Stati aderenti, che si affida a politiche economiche diverse da Paese a Paese, che ha fatto dell’euro il suo baluardo senza prevedere quanto questo avrebbe leso le nazioni finanziariamente meno floride e strutturate, che tratta le vicende internazionali secondo l’approccio soggettivo dei leaders chiamati a fronteggiare l’emergenza del momento, che non fonda i suoi interventi strategici su una politica militare comune, azzerare anche la libera circolazione degli individui (che mantiene viva almeno la percezione di una presunta comunanza di fini e di intenti) vuol dire ammettere che il concetto di Europa Unita è destinato a svanire, trascinato nel baratro da capi di Stato e di Governo che sembrano inidonei a difendere i princìpi che stanno all’origine del sogno europeo ed ai quali, da troppo tempo ormai, si continua ad abdicare.

Il trattato di Schengen porta in sè un valore intrinseco che va ben oltre la materiale rappresentazione di cui si ammanta: non si tratta soltanto di attraversare le frontiere interne senza sottoporsi a stringenti controlli di polizia, si tratta piuttosto di respirare quel senso di libertà che ci vede “padroni” dei nostri territori, titolari del diritto a non avere paura, scevri dalla diffidenza, non assoggettati alla progressiva militarizzazione dei nostri spazi alla quale taluni gruppi criminali vorrebbero farci regredire. Difendere Schengen significa, simbolicamente, battersi in difesa della nostra identità. E ciò senza, necessariamente, dover rinunciare alla sicurezza dei cittadini.

E se di bilancio tra costi e benefici si vuol discutere, la prima impressione è che il controllo delle frontiere interne non arginerà il fenomeno migratorio né quello terroristico: l’anello debole del sistema è rappresentato, semmai, dall’impossibilità di presidiare i confini esterni degli Stati più esposti agli sbarchi di clandestini o alle intrusioni via terra; ma per arginare siffatta emergenza occorrerebbe (servendosi di una politica comune europea, che non esiste) affrontare le crisi socio-economiche dei territori interessati da guerre civili e predominio jihadista… Così diventeremmo la Grande Europa. Traguardo troppo ambizioso, però, per chi non ha ancora consapevolezza di ciò che questo comporta.

Da considerare, sotto il profilo strettamente giuridico, che non è  prevista la sospensione del trattato per ragioni legate all’aumento dei flussi migratori e come essa non possa protrarsi per un periodo che vada oltre un semestre, se l’iniziativa è assunta da singoli Stati, oltre un biennio se proviene da una decisione collegiale approvata dal Consiglio dell’UE. Il tema dell’abolizione non è poi da prendere neanche in considerazione: minerebbe le basi, già fragili, dell’Unione a tutto vantaggio di chi tenta, attaccando su ogni fronte, di indebolirne la struttura così da renderla, paradossalmente, più permeabile. Condivisibile, pertanto, la posizione dell’Italia espressa a più riprese dal presidente Renzi secondo il quale non è sospendendo Schengen né alimentando la cultura della paura che si vince il terrorismo. Tuttavia la sensazione che si ha è che, per l’ennesima volta, ciascuno Stato agirà di proprio arbitrio, sulla spinta degli umori popolari piuttosto che nel rispetto degli equilibri partitici interni, a costante riprova che i primi a non aver metabolizzato la specificità dell’UE sono proprio i Governi che la compongono.

29 gennaio 2016

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