"Per la gente Aleppo non è liberata": la drammatica testimonianza sulla Siria - DIRE.it

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“Per la gente Aleppo non è liberata”: la drammatica testimonianza sulla Siria

ROMA  –  “Le persone qui non vivono la ripresa di Aleppo da parte del regime siriano come una liberazione. Al contrario, la caduta della città è un evento che li allontana definitivamente, ora hanno la conferma che non potranno più tornare a casa”. Questa la testimonianza raccolta dagli attivisti di un campo profughi siriano nel nord del Libano, raggiunti telefonicamente dall’agenzia DIRE.

Mentre il governo di Bashar Al-Assad lancia i piani per la ricostruzione della città, chi è fuggito si dispera perché sa che tornare è troppo pericoloso: “le persone ci hanno detto che il governo ha usato milizie speciali per la liberazione, che hanno perpetrato violenze indicibili contro la componente musulmana sunnita della città- prosegue l’attivista- Non combattono per riportare libertà e uguaglianza, bensì diffondono odio settario al pari dei miliziani dello Stato islamico o degli altri gruppi estremisti”.

Inoltre, “alcuni hanno perso i contatti con parenti e amici evacuati: vivono giorni drammatici, perché il timore è che siano stati eliminati. Anche l’Onu ha confermato di persone uccise a sangue freddo o fatte sparire. Poi- racconta ancora l’attivista- corre voce che nei quartieri liberati le autorità manderanno a vivere famiglie affiliate ai combattenti fedeli ad Assad. E’ in atto una sorta di ‘sfollamento programmato’ per cambiare gli equilibri demografici e delle appartenenze religiose: questo vuol dire che la ricostruzione punterà a riscrivere il profilo delle appartenenze religiose e tribali di Aleppo”.

La Siria, come l’Iraq, ha una società profondamente eterogenea dal punto di vista della religione o dell’appartenenza clanica. Differenze che in passato non hanno causato grandi problemi, ma che con la guerra sono diventati fattori determinanti: i gruppi armati ribelli si distinguono in sunniti e sciiti, e a seconda di questo vengono sostenuti da grandi potenze (come la Russia) o da milizie straniere (come i combattenti shiiti dall’Iran e dall’Afghanistan).

Il quadro è insomma molto complesso, e le alleanze fluide: “tanti gruppi armati ribelli ne hanno approfittato per infiltrarsi e perpetrare crimini contro la comunità religiosa ‘avversaria’. Per questo non si può parlare di liberazione, né di lotta al terrorismo. Le famiglie a cui qui diamo rifugio non si sentono rappresentate ne’ dal governo ne’ dalla coalizione”, conclude l’attivista.

IL REGIME PROGETTA LA RICOSTRUZIONE DI ALEPPO

Sfiré, la principale centrale elettrica del Paese, è fuori servizio da almeno due anni. Il 50% degli edifici – secondo una stima forse ottimistica della municipalità – è da ricostruire.

Le industrie sono state chiuse o trasferite all’estero, mentre la distruzione dell’antico centro storico renderanno difficile il ritorno dei turisti in futuro. E’ questo ciò che resta oggi di Aleppo, la ex capitale economica della Siria, riconquistata dal regime lo scorso 22 dicembre.

Il governo di Damasco sta facendo sapere ai media internazionali che alcuni progetti per la ricostruzione sono già stati elaborati: si parte con l’elettricità.

Oggi, a mezzanotte i generatori di quartiere vengono spenti per economizzare sul carburante. Ma secondo il ministero dell’energia due progetti prevedono in circa due anni la creazione di una rete di supporto che, in attesa di ripristinare Sfiré, attinga alle centrali della vicina provincia di Hama, per un costo di circa 7,6 milioni di euro.

Anche la rete idrica è al collasso: la stazione di pompaggio di Souleimane al-Halabi è parzialmente danneggiata e a regime rifornisce solo un terzo delle utenze precedenti alla guerra. In totale, solo il 20% della popolazione riceve acqua corrente. Ma come fanno notare gli esperti, la quantità maggiore di acqua proveniva dalla diga sull’Eufrate situata nella regione di Raqqa, oggi ancora sotto il controllo del gruppo Stato islamico.

La frammentazione del territorio in ‘feudi’ su cui comanda l’Is o altri movimenti armati rende la ricostruzione molto più difficoltosa.

Infine, alcuni bulldozer hanno iniziato lo sgombero dei detriti dalle arterie principali della città, dove ad ogni angolo si osservano cumuli di macerie o barricate alzate nel corso dei combattimenti.

Intanto i combattimenti nel resto del Paese non si arrestano: secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Sohr), a Hojna – nella provincia di Dair Ezzor – 22 persone sono morte a causa di un raid aereo di cui non si conosce la nazionalità. Trattandosi tuttavia di una zona posta sotto il controllo dell’Is, che gestisce quindi anche i pozzi di petrolio di cui quest’area è ricca, potrebbe essere stata attaccata dagli aerei della coalizione a guida statunitense.

di Alessandra Fabbretti

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