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DIRE - LE OPINIONI

Ribellarsi non basta: ci vuole il partito?

di Alberto Madricardo (Filosofo) per www.ytali.com

Di Fulvio Lorefice, per l’editrice Bordeaux, esce il volume “Ribellarsi non basta – I subalterni e l’organizzazione necessaria”, in cui l’autore propone una riflessione sullo stato odierno della lotta sociale, dominata dalla restaurazione a opera del pensiero e dalle pratiche neoliberali. E su quello della sinistra, pervasa da un “ sentimento di angoscioso patimento” (Premessa, p. 9).

Il libro, suddiviso in quattro capitoli, con uno sguardo che risale indietro nel passato approfondisce la questione che l’autore ritiene essere cruciale per la politica: quella dell’organizzazione degli oppressi.

L’assunto è che la lotta sociale dei subalterni ha la sua leva nel partito, per cui la dispersione che condanna per lo più le lotte sociali a rimanere separate, autoreferenziali o con effimere aggregazioni – e il senso di impotenza della sinistra – sono dovuti alla crisi storica della forma partito, il moderno Principe di Gramsci, coscienza e mente strategica collettiva, frutto dell’apprendimento politico dei subalterni nel processo storico della loro emancipazione.

Controffensiva delle classi dominanti capitalistiche, disgregazione del blocco sociale creato intorno alle istanze dei subalterni, atomizzazione, impotenza collettiva, riportano i soggetti oppressi in condizioni per certi aspetti simili a quelli dell’Ottocento. Secondo l’autore, tutto ciò ha la sua ragione profonda nella crisi e discredito dell’idea di partito, e nell’ideologia della fine delle ideologie. In tutto l’Occidente i partiti sono stati gradualmente condizionati, sviati dai loro scopi sociali dagli interessi economici dominanti, e perciò screditati.

Negli Stati Uniti il tentativo di tenere separato la soggettività politica dalla sfera degli interessi economici (il cosiddetto “modello 1896”) era già fallito negli anni ’20. In Italia negli anni ’70, dove viene messo in discussione, quello che l’autore chiama “il compromesso democratico” tra classi dominanti e movimento operaio “su cui si erano rette le istituzioni statali dal secondo dopoguerra”. Il segno di questa rottura è che “il sacrosanto imperativo di moralizzare il sistema politico divenne un pretesto per ridurre gli spazi di agibilità democratica” (p. 25) .

Un attacco concentrico sul partito di massa che organizza i subalterni ottiene il risultato che “scivola nell’oblio la memoria del partito di massa e ancor più del partito di quadri a vocazione di massa, quali vettori storici dell’emancipazione dei subalterni” (p. 24) .
La sinistra, afferma Lorefice, ha compiuto in proposito “gravi errori”, il più grave dei quali è di aver ignorato la celebre intervista di Enrico Berlinguer a Scalfari sulla questione morale del 1981 (p. 29).
Le incertezze e i ritardi su questo tema – a suo avviso – hanno lasciato spazio alle degenerazioni e allo scatenarsi di campagne contro la casta politica, che si sono tradotte in attacchi micidiali alla forma partito come tale, accusata di essere l’incubatrice della casta stessa “alimentando inconsapevolmente l’offensiva ai danni della democrazia” (p. 31).
Il discredito e il declino dei partiti ha condotto alla fine della democrazia novecentesca e un ritorno a ciò che l’autore – citando Walter Burnham – chiama
uno stato di natura politico, in cui i differenziali di potere e di coscienza politica in una società stratificata e diseguale si esprimono senza controlli e mediazioni(p.33).
La sua attenzione si sposta sulle due esperienze di movimenti di sinistra più interessanti o almeno più rinomate nella situazione contemporanea: quella di Syriza e quella di Podemos. In entrambi i casi – pure tra loro diversi – non c’è stata costruzione di una vera e propria egemonia sociale. Ignorando l’insegnamento di Gramsci, si è sottovalutata l’esigenza di una strategia di lungo respiro dii conquista dei “corpi intermedi” che nella società occidentale complessa costituiscono le articolazioni sociali dell’egemonia delle classi dominanti.

Nella situazione italiana la crisi dei partiti tradizionali ha portato verso la creazione di autoreferenziali “partiti elettorali”, cui fa da contraltare l‘esaltazione oltremisura della spontaneità e dell’orizzontalità:

Panacea di antichi e nuovi mali – scrive Lorefice – oltre le tradizionali forme di rappresentanza – sarebbe, infatti, l’autorganizzazione della società civile: una rete di rapporti autorappresentativi grazie ai quali sarebbe possibile dar vita, nel medio periodo, a un soggetto politico a trazione elettorale (p.55).

Ma il tema dell’organizzazione dei subalterni e della loro coscienza purtuttavia resta immutato e primario, così come quello della loro necessaria autonomia politica e culturale (p.57).
La società civile esprime enormi energie, ma sparpagliate. Queste, non trovando sintesi, restano poco efficaci. Il problema dunque, ad avviso dell’autore, resta quello dell’organizzazione politica dei subalterni, che richiede uno studio sistematico della “realtà economico sociale concreta” e la definizione di “una strategia e di una tattica”, che deve avere nel conflitto tra capitale e lavoro il “nesso strutturante” di tutte le altre contraddizioni che caratterizzano la vita di una società occidentale avanzata (ambiente, cultura, genere, religione, ecc.).

Tuttavia è proprio a questo ambito sociale che Lorefice rivolge la sua attenzione, esaminando l’esperienza del community organizing, risalente agli anni ’30, promossa dal sociologo Saul Alinsky allo scopo di formare comunità territoriali, sorta di “sindacati di territorio” finalizzati a obiettivi specifici in cui tutta la comunità territoriale si riconosce. Nella situazione italiana, due sono gli esperimenti che l’autore propone all’attenzione: quello del “Luoghi ideali”, condotto all’interno del Partito democratico e quello del “Partito sociale”, in Rifondazione comunista.
Egli considera le esperienze nel sociale importanti, ma, citando Fabrizio Barca, è convinto che “il bandolo della matassa sta nei partiti”.

In un tempo in cui le conoscenze e le competenze necessarie alle decisioni di buon governo sono molto diffuse e la gestione dei processi complessi per mezzo dell’accentramento del potere non funziona, c’è necessità di creare un “potente sistema di deliberazione partecipata” che promuova i territori sulla base di una mobilitazione dei soggetti attivi su obiettivi specifici, quali la bonifica di un’area industriale dismessa, esperienze di mutualismo, promozione culturale del territorio, ecc. Il limite di queste esperienze è di essere rimaste sostanzialmente estrinseche al partito. È stata formulata una proposta di “creazione di un’Officina per l’attivismo territoriale” che promuova nel sistema dei circoli questo metodo di lavoro. Auspicio che – pare a me – ben difficilmente troverà seguito, visto il processo di vistoso svotamento della militanza di base nel Pd. Quello dei “Luoghi ideali”, che – come dice Lorefice – ha incontrato l’indifferenza dell’apparato del Pd, manca di un adeguato aggancio politico e sembra – come ha osservato Pietro Ignazi – “appeso al vuoto”.

L’altra proposta, di “Partito sociale”, è maturata all’interno di Rifondazione comunista, come “punto d’incrocio tra movimenti che si politicizzano e partiti che si socializzano”. (p. 76) Le esperienze proposte sono quelle dei Gap (Gruppi di acquisto popolare), dei mercatini dei produttori agroalimentari, ecc.

Ma anche quella del “Partito sociale”, espressa dal Rifondazione comunista, manca di chiarezza riguardo al suo rapporto con il partito politico, segnalando

Il considerevole numero di casi nei quali l’azione del partito sociale è rimasta economica, senza riuscire a diventare propriamente politica.
Il giudizio dell’autore su questa prospettiva resta prudente “è un’esperienza potenzialmente feconda”, funzionando come un “gigantesco lavoro d’inchiesta sociale” (p. 97). La conclusione riafferma in generale il nesso tra forza della politica e sua capacità di promuovere il miglioramento delle condizioni materiali delle masse.

Fin qui l’analisi di Lorefice che – dirò francamente – con tutta la comprensione e la simpatia che sento di avere verso tutti quelli che oggi affrontano tematiche ardue, come quella di definire la prospettiva che, con un’espressione desueta, chiamerò della “rivoluzione mondiale”, mi sembra inadeguata.
L’autore incolpa le circostanze storiche del discredito e dell’eclissi dei partiti. Ma non sono loro, per definizione, i soggetti della storia, non dovrebbero essere dunque loro in grado di far fronte ai nemici, i quali per parte loro fanno solo il loro mestiere? Riguardo a Berlinguer, oltre a segnalare la “questione morale” – che secondo me non nasceva a caso, ma era una conseguenza indiretta della sua politica che in nome del “compromesso storico” comprimeva le lotte sociali e civili – quale soluzione aveva egli indicato? Non sarebbe questo – di indicare soluzioni, non solo di denunciare l’esistenza di problemi – il compito di un dirigente politico?

Di là da questo, bisognerebbe, alla luce delle molteplici esperienze del Novecento, porsi seriamente la domanda se non ci sia qualcosa che non va nella forma partito come tale. Se essa, che pure è stata nel secolo passato strumento formidabile di accumulazione di esperienze e di memoria, di organizzazione, di elaborazione di strategie e di tattiche per la conquista del potere, non sia in realtà una scorciatoia illusoria e un reale cul de sac, che non riporta in alto davvero integri i bisogni, le aspirazioni, le idee, le persone che assume dal basso, ma tutto deforma, tutto stravolge nella sua azione mediatrice verso l’alto (è un luogo comune che “il potere trasforma chi lo detiene” ).
La crisi dei partiti – è conseguenza della loro struttura verticale, del loro essere potere in fieri? È questa che li spinge ineluttabilmente verso la degenerazione oligarchica, come sostengono gli elitisti, ad esempio Roberto Michels?

L’idea della necessità della forma partito nasce da una certa concezione del tempo e della storia, si colloca in un determinato arco temporale coincidente grosso modo con il novecento. Riproporre oggi questa idea significa collocarsi ancora idealmente nel novecento, mentre ci troviamo “sull’altro versante delle cose”.

Le esigenze che l’avevano fatta nascere e praticare ci sono ancora tutte, ma i problemi cui il partito cercava di dare risposta devono essere riformulati e ricompresi ex novo in un altro paradigma della politica.

Manca nella riflessione di Lorefice ogni riferimento ai due eventi che segnano l’ingresso nell’epoca in cui oggi viviamo: la caduta del socialismo reale e la globalizzazione. Senza il fallimento del “socialismo reale” non ci sarebbe stata la globalizzazione, la caduta della tensione rivoluzionaria, lo spegnersi dell’eccitazione per il futuro del “Sabato del villaggio” leopardiano, l’imporsi della “tristezza e noia” dell’odierno “presente domenicale”.

L’ombra di questo fallimento – per quanto gli individui e i gruppi ne siano individualmente poco o per nulla soggettivamente responsabili – cade su tutti coloro che possono essere compresi nella categoria degli “oppressi” e muta la percezione della loro posizione nella storia rispetto a quella che essi avevano nel novecento, quando rappresentavano “il soggetto nuovo che si alza dal fondo per prendere il timone della storia”.

Questo soggetto nuovo ha assunto il potere in vaste porzioni del mondo e non l’ha saputo usare. Ha avuto l’opportunità di costruire una società libera, giusta e umana, ma si è riassoggettato a nuovi padroni, sicché infine ha preferito ritornare ai vecchi. Può dunque ancora chiamarsi “oppresso” o – a costo di essere brutali – non dovrebbe chiamarsi “sconfitto”?

Non toglie nulla a ciò il fatto che anche il “vincitore” della lotta di classe del novecento, il capitalismo, non possa davvero fregiarsi di questo titolo, perché sopravvissuto non per virtù propria ma solo per impotenza del suo antagonista e che viviamo in un tempo in stallo, spaesato e intorpidito, che, per riempire il suo vuoto, rigurgita miti e figure del passato.

Se il futuro non suscita più il fervore dell’attesa, il presente non è più “il tempo dei preparativi”. Non è più dunque il tempo del partito, la cui funzione essenziale è di preparare la forza per la presa del potere. Caduto il futuro, “sull’altro versante delle cose” il partito rischia di essere un ponte verso il nulla: non il partito degli oppressi, ma la corporazione degli sconfitti.

E allora il problema vero non è nemmeno quello del partito, ma del potere in funzione della presa del quale questo è pensato. Secondo me il bilancio pesantemente negativo della sinistra del novecento ha la sua causa principale nella mancanza di una teoria adeguata del potere. Questa mancanza le ha impedito in conseguenza di sviluppare in modo efficace una teoria del governo: il problema per la sinistra non è quello della presa del potere – che ha già detenuto anche a lungo in diverse parti del mondo – ma di liberarsi del suo miraggio, per affrontare quello del governo.

Potere e governo sono comunemente identificati. La sinistra, in particolare ha creduto per tanto tempo e – secondo quanto scrive Lorefice crede ancora – che per governare sia necessario prendere il potere. Non è così. L’arcanum imperii che la sinistra non ha mai svelato custodisce questo segreto: il potere non è uno stato. Per quanto faccia di tutto per stabilizzarsi attraverso una complessa produzione simbolica, è il risultato di un equilibrio sempre instabile che richiede da parte di chi lo esercita. È una tensione costante. È come l’acrobata sul filo: tutto quello che fa, lo fa per non cadere. Il suo unico vero fine è mantenere e potenziare se stesso.
Per questo ha bisogno – più o meno secondo le circostanze – di mediarsi con la realtà, cioè di governare: più quando sente vicina la minaccia di essere scalzato, meno quando la percepisce lontana. Per nulla quando questa è inesistente. Lo aveva già compreso Machiavelli, il quale, parlando dei principati ecclesiastici (i più stabili in assoluto), scriveva: “si acquistano o per virtù o per fortuna, e sanza l’una e l’altra si mantengano; perché sono sustentati dalli ordini antiquati nella religione, quali sono suti tanto potenti e di qualità che tengono e’ loro principi in stato, in qualunque modo si procedino e vivino” (Principe, cap. XI).

Dunque quello di voler prendere il potere per governare è stata l’ingenuità fatale della sinistra novecentesca, probabilmente non evitabile – perciò tragica – da parte di chi, come i subalterni, si sentiva alla base della montagna e poteva immaginare – solo immaginare – come si sta sulla sua vetta. Da questa illusione non è esente neanche Gramsci, per quanto con la sua teoria dell’egemonia egli si sia spinto ai limiti del paradigma novecentesco. Ma ora la sinistra ha detenuto il potere in diverse parti del mondo, è stata sulla vetta, anche a lungo, e questa illusione non può trovare giustificazioni.
D’altra parte, l’esaltazione dello spontaneismo, sulla cui dispersività e inconcludenza concordo pienamente con Lorefice, spinge verso esiti pericolosi: nella crisi del paradigma politico del novecento sguazzano i populismi, e ne intorbidano l’acqua già torbida.
Per distinguere il potere dal governo non solo bisogna avere una teoria adeguata del primo, ma procurarsene una anche del secondo, chiarire la loro dialettica. Il potere, per sua natura, per quanto in circostanze straordinarie possa esprimere qualche slancio “altruistico”, finalizza tutto a se stesso. È una macchina il cui effetto è il sistematico appiattimento, la riduzione di ogni fine a mezzo. L’atto essenziale del governare invece è di creare senso: esplicitare sempre di nuovo il fine comune a cui orientare e armonizzare il coacervo alienato degli interessi particolari.

Per governare bisogna certo avere una mente, una memoria, una visione strategica, insomma un’organizzazione, ma senza per questo imboccare la scorciatoia verticalizzante del partito, la via illusoria percorrendo la quale ciò che si guadagna da una parte si perde dall’altra. Il problema sembra insolubile, ma forse non lo è. Bisogna pensare a una orizzontalità densa, il cui fine principale non sia l’accumulo delle forze in funzione della futura presa del potere, ma l’espansione e la riqualificazione qui e ora delle relazioni orizzontali, che freni e contenga la sfrenata verticalità di esso, gradualmente riassorbendola.

Gli esempi di sviluppo di relazioni orizzontali portati da Lorefice, sono certo utili, ma restano subordinati alla logica del paradigma novecentesco dell’accumulo delle forze. Inoltre sono ancora marcati da un’ispirazione troppo sindacale, troppo economicista: il bisogno degli uomini è oggi niente meno che di rigenerare la realtà, una realtà che la globalizzazione sta destrutturando in profondità e rendendo sempre più evanescente e insensata. Ciò attraverso un’elaborazione culturale collettiva che usi tutti i linguaggi umani, anche quelli che toccano gli umori più profondi, come quello del teatro, delle arti, della musica, ecc. che faccia da humus della nuova politica.

C’è bisogno di organizzare i territori come luoghi di promozione dell’umano, laboratori antropologici prima ancora che politici: orizzontali, eppure capaci di lievitare al loro interno, di darsi spessore di memoria, di sperimentazione di linguaggi e di pratiche di socializzazione. Di far sì che essi si connettano tra loro, come fanno già i laboratori scientifici del mondo, che lavorano in rete per promuovere la scienza.

Esiste già, a livello più o meno embrionale, una miriade si esperienze di questo genere nel mondo e in Italia: si tratta di dargli un adeguato quadro e respiro teorico, forme di coordinazione stabili a livello mondiale. Così, in alternativa all’insensatezza e alla frammentazione generale provocate da una globalizzazione gestita da un potere sempre più autoreferenziale, sempre più macchinale e astratto, la sinistra potrà promuovere l’universalismo concreto delle reti pensanti – governanti.

28 settembre 2017

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