Emilia Romagna

Calamità, Federmanager: “Le previsioni fanno un buon lavoro ma si può migliorare”

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BOLOGNA – La prevenzione sulle calamità naturali in questi anni ha fatto notevoli passi in avanti, ma anche in una regione all’avanguardia come l’Emilia-Romagna ci sono ancora falle da coprire. Posto che il “rischio zero” non esiste, serve comunque un nuovo sforzo collettivo, che veda protagonisti i cittadini e non solo istituzioni o autorità. È questo il refrain che risuona tra gli esperti ospiti del convegno “Cambiamenti climatici e grandi emergenze“, di scena ieri alla scuola di Ingegneria e Architettura di Bologna per iniziativa di Federmanager, l’associazione di dirigenti e quadri industriali. Qualche numero rende presto l’idea: in Emilia-Romagna dal 2013, quindi senza considerare il terremoto, si sono registrati 1,28 miliardi di euro di danni a causa degli eventi calamitosi, con ben cinque dichiarazioni di stato di emergenza. Se il fronte aperto è principalmente quello del dissesto idrogeologico, appunto nell’ambito del più generale e complesso fenomeno del cambiamento climatico, il direttore dell’agenzia regionale della Protezione civile, Maurizio Mainetti, ricorda che la Regione a fine 2015 ha stanziato oltre 100 milioni ad hoc per la messa in sicurezza del territorio. “L’Emilia-Romagna- assicura Mainetti- è all’avanguardia insieme ad altre regioni italiane e europee. C’è un grande patrimonio di conoscenza nei nostri centri di ricerca, dalle Università alle strutture interne alla Regione come Arpa, ma ci sono anche azioni effettive. Azioni di prevenzione, che riguardano il migliore impiego delle risorse fin qui assegnate da Stato e Regione stessa per interventi di adattamento e miglioramento”.

img_1765A proposito delle alluvioni nella bassa emiliana, ma non solo, si sta puntando molto sul miglioramento della resistenza degli argini e sulla realizzazione di nuove casse di espansione. Interventi strutturali, dunque, ma anche non strutturali: “Di recente- continua il direttore della Protezione civile regionale- è stato approvato dall’autorità di bacino del Po e dalla Regione stessa il piano di difesa dalle alluvioni sulla base delle direttive europee: si prevede un ulteriore e maggior rigore urbanistico, il rispetto del suolo. Non si possono realizzare strutture in zone vulnerabili a rischio dissesto o piene, questo è il messaggio”. La chiave è quella di un maggior sostegno agli enti locali, sulle attività di allertamento e monitoraggio in prossimità o in corso di un evento. “E bisogna coinvolgere la popolazione, che deve conoscere il rischio: questo è fondamentale per la prevenzione”, rimarca Mainetti al convegno Federmanager. Certo, in tutto questo entrano in gioco i tecnici puri. Marco Pasquini, del gruppo di lavoro Ambiente dell’Ordine degli ingegneri di Bologna, riconosce gli sforzi messi in campo ma avvisa: possiamo fare di più. Evidenzia Pasquini: “Dal punto di vista normativo e organizzativo si sta facendo tanto, ciò che manca è la comunicazione del reale livello di rischio che la popolazione corre. Nessuno può pensare di lasciare i propri figli in una casa non sicura, ad esempio in caso di sisma. Se questo è successo, significa che non è stata promossa una comunicazione adeguata sulla reale comprensione del rischio”.

Dunque, riassume Pasquini, “siamo bravi nella previsione, ma siamo indietro nella comunicazione ai cittadini. Come migliorare? La divulgazione scientifica e la tecnica aiutano tanto. Per il terremoto del centro Italia si è visto un cambiamento di passo, anche se non dobbiamo dimenticare il ‘contesto’: per dire, dal terremoto di Messina ad oggi- segnala l’ingegnere- sugli edifici antisismici non è cambiato molto”. Gli eventi per i quali la prevenzione è ‘limitata’, in ogni caso, non sono solo quelli sismici. Alla tavola rotonda Federmanager, infatti, si parla anche di meteoriti. Ne traccia un interessante quadro Romano Serra, esperto del dipartimento di Fisica e Architettura dell’Università di Bologna che nel suo curriculum vanta, tra le tante altre, sei spedizioni attorno agli alberi sopravvissuti all’evento siberiano Tunguska. Spiega Serra: “La stessa vita sulla Terra è arrivata grazie ad una cometa, dallo studio dei meteoriti si può ricavare l’evoluzione geochimica del sistema solare, dei pianeti e quindi anche della Terra. La prevedibilità di un evento dipende dall’energia che c’è in gioco. Se un meteorite non è troppo grande e lo si prevede con qualche anno di anticipo, tramite alcune sonde è possibile cercare di deviarne l’orbita e quindi controllarne il possibile impatto sulla Terra”. Contro il rischio di caduta cosa si può fare? “Per la prevenzione- ipotizza Serra- sarebbe necessario montare telecamere e telescopi sofisticati… C’è un solo caso di un meteorite visto in volo poche ore prima che cadesse, nel novembre 2008 nei cieli del Sudan”.

Passando dalla terra all’acqua, al convegno intervengono a suon di slide anche Sandro Artina, vicepresidente della Scuola di Ingegneria di Bologna, e il colonnello Guido Guidi, meteorologo dell’Aeronautica. Se Artina mette tutti in guardia sul rischio di esondazioni a partire da una scorretta o scarsa manutenzione di scarichi e caditoie nelle città, fenomeno balzato in questi anni spesso nei casi di cronaca, Guidi confida sul progresso tecnologico che ha favorito l’aumento dell’attendibilità delle previsioni meteo anche sui modelli a media-lunga scadenza. Ma bisogna distinguere: “Se per medio periodo si intende quello atmosferico, ovvero quello più specificatamente attinente alle previsioni meteo, allora i margini di miglioramento- prosegue il colonnello- risultano ancora molto ampi. Si è guadagnato un giorno di buona attendibilità ogni 10 anni di ricerca e di studio, finora”. Ma, segnala Guidi, non bisogna dimenticare infine una differenza fondamentale e che troppo spesso si scorda: “Il clima è quello che ti aspetti, il tempo è quello che ti prendi“.

di Luca Donigaglia, giornalista professionista

28 settembre 2016
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