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A Expo la dieta mediterranea tra passato, presente e futuro

MILANO – Ogniqualvolta si sente citare la dieta mediterranea facile è l’associazione mentale, comune a ognuno, secondo cui con il concetto di dieta mediterranea ci si riferisca esclusivamente a un regime alimentare con cui arricchire la nostra tavola.

In realtà, come spiega Antonino De Lorenzo, professore di Alimentazione e Nutrizione umana all’università Tor Vergata di Roma, intervenuto al convegno promosso dalla ragione nell’ambito de ‘La settimana del protagonismo’ della Calabria’ a Expo 2015, “la dieta mediterranea è uno studio che dura da cinquant’anni ed è continuamente in essere, e significa principalmente avere un’aderenza a un particolare stile di vita di cui l’alimentazione è la componente più importante”.

Dunque possiamo dire che la dieta mediterranea vive il suo ultimo approdo a tavola ma nasce in realtà da una rigorosa ricerca scientifica, storica e antropologica. Questo è il senso della conferenza che ha visto la compartecipazione di vari attori, in una collaborazione che ha unito la Regione Calabria –rappresentata dall’assessore allo Sviluppo economico, Carmen Barbalace– l’università della Calabria, l’università Magna Graecia di Catanzaro, l’università Tor Vergata di Roma, l’Istituto nazionale per la dieta mediterranea e la nutrigenomica, con i contributi di molti atenei, da quello di Messina a quelli di Milano, Napoli, Udine e Torino, dall’università federale di Paranà alla West Virginia university. Tutti riuniti per presentare dal palcoscenico di Expo 2015 la storia poco nota ma molto importante della Calabria e dei suoi prodotti all’interno della cinquantenaria ricerca scientifica sulla dieta mediterranea, considerata ‘patrimonio immateriale’ dall’Unesco.

“La dieta mediterranea, studiata in maniera sistematica, nasce dal Seven country study- continua De Lorenzo- Molti non sanno che lo studio pilota sulla dieta mediterranea è nato a Nicotera, alla fine degli anni Cinquanta, dove Ancel Keys e Paul White per due anni hanno studiato la dieta degli abitanti autoctoni, che poi è stata estesa in tutte le corti del Seven country study”. Keys e White, studiando gli abitanti di Nicotera, aveva notato una bassissima incidenza di malattie delle coronarie nonostante l’elevato consumo dei grassi vegetali forniti dall’olio d’oliva, e avanzò l’ipotesi che ciò fosse da attribuire al tipo di alimentazione caratteristico di quell’area geografica. Come spiega De Lorenzo, “il recupero di quello studio pilota ci consente oggi di avere in maniera definitiva qual è l’indice di adeguatezza a una dieta mediterranea, e alla fine del Seven country study l’indice di adeguatezza migliore, detto indice Mai è risultato essere proprio a Nicotra, con un valore di 7,5”.

Insomma, la dieta mediterranea nasce in Calabria e affonda le proprie radici al di là della fine degli anni Cinquanta, come spiega l’archeologo Sandro Salvatori, responsabile di una ricerca storico-archeologica sui prodromi delle abitudini alimentari calabre: “L’importanza di questa ricerca- dice- è nell’aver scoperto come tantissimi contenitori anforici, anfore che servivano a trasportare cibi, provenissero dall’area punico-cartaginese e interessassero le coste tirreniche della Sicilia e le coste tirreniche della Calabria”. Questo studio è riuscito a risalire a importanti scambi enogastronomici risalenti all’antichità che collocano la Calabria in una posizione centrale rispetto al Mediterraneo tant’è che lo stesso Keys, dopo aver proseguito i suoi studi in altre località italiane come Crevalcore, in Emilia, e Montegiorgio, nelle Marche, rimase a vivere a Pioppi, in Cilento, e morì prossimo ai 100 anni, come testimonianza più fulgida delle sue teorie. Gli studi di Keys e White si basarono sul confronto tra i regimi alimentari di 12.000 persone tra i 40 e i 59 anni prese da sette diversi paesi del mondo e constatarono come la mortalità per cardiopatia ischemica è molto più bassa nei Paesi mediterranei.

D’altronde, come aggiunge il professor De Lorenzo, “dal 2004 la dieta mediterranea è un modello consigliato dall’Organizzazione mondiale della sanità per contrastare sia obesità che malattie neuro-degenerative”. Questa tendenza spinta dall’approccio scientifico può garantire i territori padri di questo modello una nuova risorsa per il futuro, abbinando progresso ma al contempo conservando intatte le tradizioni che, come quella di Nicotera, risultano efficaci sperimentazioni a livello scientifico. In questo senso anche l’intervento di Luigi Frusciante, docente dell’università di Napoli ed esperto in scienze agrarie: “Quando si mettono insieme prodotti tipici e nuove tecnologie- spiega- può sembrare di unire il diavolo e l’acqua santa, invece sono proprio le nuove tecnologie che stanno dimostrando il valore dei prodotti tipici nella dieta mediterranea, proprio per la loro radice molto antica che testimonia un’integrazione perfetta con la terra, così come sono integrati gli agricoltori che ne fanno uso”. Insomma, un percorso quello della dieta mediterranea che è partito alla notte dei tempi e che però si lancia nel futuro più brillante, motivo di orgoglio calabrese e non solo, come ricorda l’assessore Barbalace: “La dieta mediterranea può sicuramente trovare spazio nell’epoca della globalizzazione mantenendo qualcosa che spesso viene definito come ‘glocale’, inteso come globale. Questo concetto- conclude- porta con sé tutto quello che è tipico di una regione e di una certa provenienza, e che reca con sé tutta la cultura che c’è alle spalle”.

28 settembre 2015

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