Lavoro, flessibilità con diritti: la soluzione è il salario minimo

“Si stima che nei prossimi anni, circa il 40% delle persone presteranno il loro lavoro in modalità sempre più vicine a forme di lavoro autonomo. I riders di cui parliamo in questi giorni sono gli antesignani di un cambiamento che già oggi ci chiede soluzioni nuove, anche dal punto di vista contrattuale. Nonostante i vari paesi Ue inquadrino questi lavoratori in modo differente, rimane la necessità di garantire loro nuove forme di tutele: una di queste potrebbe essere il salario minimo legale”. Lo ha detto oggi Andrea Cafà, presidente del fondo interprofessionale Fonarcom, nella tavola rotonda sul tema ‘Dallo Statuto dei lavori al salario minimo: come cambia il mercato del lavoro’, inserita all’interno del Festival del Lavoro 2018, in scena a Milano. 

I temi sono essenzialmente due, tra loro collegati, e riconducono alle dinamiche del mercato del lavoro che oggi si osservano: imprese e lavoratori fanno i conti con flessibilità, maggiori esigenze di conciliazione lavoro-sfera sociale, welfare, ricerca delle tutele tipiche dei rapporti di lavoro, ma in contesti destrutturati, dematerializzati, molto spesso dove la prestazione lavorativa è “intermediata” da piattaforme digitali, specchio della nuova economia 4.0. Ed ecco che il salario minimo per Cafà “costituirebbe, tra le altre cose, una risposta forte al fenomeno del dumping contrattuale, per il quale auspico che non si proceda più attraverso meri comunicati sui siti web ma con azioni concrete che mirano alla reale tutela dei lavoratori”. 

Entrambi i temi (flessibilità, tutele) che compongono il “gioco delle parti”: tessere di un mosaico, quello delle “relazioni industriali”, che tutti gli attori del dialogo sociale devono impegnarsi a ricomporre, per consentire a tutto il sistema economico e sociale (che nel frattempo come ribadiscono i relatori si è evoluto, si è trasformato, si è innovato), la crescita economica ed occupazionale che ormai da troppo tempo tardano a ripartire nel nostro paese. Ed è Salvatore Vigorini, presidente dell’associazione InConTra, che, in base all’esigenza di ripensare completamente il modello secondo lo Statuto dei lavori ipotizzato da Marco Biagi, formula un’ipotesi: “Se cambia il lavoro deve cambiare necessariamente anche il rapporto di lavoro. C’è bisogno di maggiore e di nuova flessibilità, anche nell’interesse del lavoratore e non solo dell’impresa. La nostra proposta è che il rapporto di lavoro abbia un andamento stratificato e modulare: uno zoccolo duro trasversale di diritti e di tutele ed un salario minimo garantito. La contrattazione torna in gioco da qui in poi, una contrattazione ovviamente aziendale o territoriale”. 

Oggi infatti da più parti le componenti datoriali e sindacali che maggiormente rappresentano istanze delle piccole e medie imprese, confermano l’opportunità di spostare la contrattazione collettiva a livelli sempre più contigui alle aziende: i termini di flessibilità, di politica salariale, di orario di lavoro e di obiettivi di produttività del lavoro, sono sempre più elementi che la contrattazione collettiva attuale mal governa poiché disciplina il lavoro ad un unico livello nazionale, mentre una dinamica negoziale tra le parti a livello territoriale, che considera le peculiarità sociali ed economiche dei contesti in cui opera l’impresa, ad esempio, potrebbe raggiungere il favore di entrambe le parti, consentendo crescita e livelli occupazionali costanti. 

La vera novità per Nunzia Penelope, giornalista esperta di lavoro, è quanto si sta verificando: sono i lavoratori a richiedere la flessibilità e non più soltanto le aziende, come dimostra il successo dello smartworking.

Altrettanto interessante, in questo scenario così modificato, è la presenza dell’algoritmo di cui la contrattazione deve tenere conto. 

Per Giovanni Pecci di Nomisma, invece, da troppo tempo produttività e competitività sono passate in secondo piano nella contrattazione, e in conclusione l’economista dice prima di remare tutti nella stessa direzione, dopodiché chiede al ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, di lasciare un ministero.

“Due sono troppi, quindi scelga: o il Lavoro o lo Sviluppo economico”.

28 Giugno 2018
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