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Repubblica Democratica del Congo, le stragi in Kasai? “Un pretesto per Kabila”

ROMA – Kasai, regione centrale della Repubblica Democratica del Congo. Scontri e incursioni sono in corso da mesi. Stando a testimonianze concordanti, molte delle vittime appartengono alle comunità luba.

Ad avere una connotazione etnica sarebbe una delle principali milizie coinvolte negli scontri, denominata Kamuina Nsapu, in armi contro unità irregolari che sostengono il governo.

“C’e’ il rischio che gli scontri nel Kasai siano utilizzati dal presidente Joseph Kabila per rinviare le elezioni all’infinito” denuncia alla DIRE suor Lucie Tokoyo, missionaria comboniana da anni nella Repubblica Democratica del Congo.

Al centro del colloquio mesi di scontri che secondo la nunziatura apostolica di Kinshasa avrebbero causato oltre 3mila morti, all’origine adesso di richieste pressanti di un’indagine internazionale.

A ritenerla fondamentale per far luce sulle stragi sono sia l’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani che le ong congolesi, a partire da Voix Sans Voix.

Nel Kasai, una regione ricca di giacimenti minerari, molte delle vittime appartengono alle comunità luba. Del Kasai era originario Etienne Tshisekedi, capo storico dell’opposizione politica scomparso pochi mesi fa.

Secondo suor Tokoyo, pero’, le violenze sono solo in parte dovute a sentimenti anti-governativi particolarmente diffusi nella regione. “Kabila – sottolinea la missionaria – vuole sfruttare la crisi per sostenere che i registri elettorali non possono essere aggiornati e per rinviare cosi’ il voto a tempo indeterminato”.

ANNI DI SCONTRO POLITICO

Il riferimento è allo scontro politico in atto ormai da anni. Alla fine del 2016 e’ giunto a scadenza l’ultimo mandato di Kabila permesso dalla Costituzione. Un’intesa mediata dalla Chiesa cattolica prevede la nascita di un esecutivo di coalizione ma l’attuazione del compromesso, che passerebbe comunque per un voto entro il 31 dicembre 2017, si e’ scontrato con ritardi e resistenze. Secondo suor Tokoyo, Kabila non sembra disposto a fare passi indietro. A confermarlo un episodio avvenuto questa settimana a Lubumbashi, il capoluogo di un’altra regione mineraria, il Katanga, dove il presidente aveva convocato i deputati e i rappresentanti religiosi della citta’. “Quando ha saputo che a causa di un lutto familiare monsignor Jean-Pierre Tafunga era assente ha cominciato a inveire” racconta la missionaria. “Poi ha preso ad accusare tutta la Chiesa cattolica di alimentare i disordini chiedendo che si voti ‘entro dicembre o niente'”.

28 giugno 2017

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