Europei di calcio, DIRE…tta dal bar: cronaca e commenti dei fanatici del pallone Diego&Pedro/14

di Diego Giorgi

(Photo by Lars Baron/Getty Images)

Per favore, un conto è fare gli sboroni e autodefinirci “sporchi, brutti e cattivi”; un altro è farci fare la predica sul catenaccio e la modernità. Ecco, finitela con questa storia del catenaccio, “altrimenti ci arrabbiamo” (ciao Bud). Per settanta minuti la Spagna, l’università del palleggio e del tiqui-taca, non ci ha capito nulla. Mandare “La Roja” fuori giri con il gioco non è roba da tutti giorni. Metaforicamente è il classico cazzotto a spengi candela, dall’alto al basso, forte sul capo a stordire (altro omaggio a Bud Spencer in “Lo chiamavano Trinità” quando nei panni di “Bambino” ci ha regalato lo spengi candela più importante della storia del West). Al resto- e concedere un po’ di spazio e metri alla brigata guidata da Iniesta sta nel fisiologico- ci hanno pensato i guantoni di Buffon. Un crescendo, fino al miracolo su Piqué che resta incredulo, con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi mentre guardiamo Gigi.

E’ quasi il novantesimo quando il capitano, il numero uno dei numeri uno, strozza in gola l’urlo di tutta la Spagna. E al barretto tinto di tricolore e con i soliti ‘sciagurati’ scatta l’urlo del genio: “Stasera a tavola paella e sangria”. Buffon fa la parata più bella di Euro 2016 con la naturalezza del campione, si alza e sorride. Mette sicurezza a tutti, ai compagni, ai tarantolati davanti ai teleschermi che ballettano con i piedi per scaricare la sofferenza degli ultimi minuti. Un gigante, il simbolo del no, del qui non si passa.
Che dire poi di Antonio Conte, “più che un mister, un condottiero” lo definisce Repice (santo subito). A Firenze è nella top ten dei più odiati di sempre e al barrino la cosa è ricordata spesso. Lo chiamano “parrucchino”. Eppure il giudizio, anche qui dove la Fiorentina si fa Chiesa e dove non si è mai vinto nulla perché la piazza è critica quanto innamorata, è unanime: giù il cappello, “è l’allenatore più forte del torneo”. Geniale la mossa di Giaccherini a soffocare da dietro i tempi dettati da Piqué. Il resto, la grinta, la passione da dodicesimo uomo, le esultanze da matto, ci sono sempre state. Solo che la Juve divide, la nazionale ricuce.
Gol di Chiellini alla Chiello: naso alla Gino Bartali, zampata sporca in mischia, da barbaro, pugni sul petto verso la bandierina. Poi la specialità di casa Pellé: a due metri dalla riga di porta, catramina ad incrociare di mezza rovesciata tanto per star sicuri. Due a zero, “Roca” demolita, Spagna a casa con tanto di “po-poppoppo-poppo-po” come allo stadio con le birre al cielo. Vamos a ganar? Anche no.
Non succedeva da Usa ’94 (grazie ancora Roberto). Merito di un gioco, soprattutto in un primo tempo che poteva finire 3 a 0, spumeggiante e concreto. Ma soprattutto senza paura: lo abbiamo scoperto quando da dietro, la nostra “Linea Maginot” (diciamocelo con orgoglio, la difesa più forte al mondo), palleggiavamo con una sicurezza disarmante per stanare una Spagna disarmonica per poi colpirli sulle ripartenze e in superiorità numerica. Ritmo, corti e compatti; una squadra in un solo respiro. La cura Conte certo, ma anche lo stato di grazia dei singoli. I polmoni di Florenzi, il guizzo del Giac; Bonucci che ha giganteggiato su Morata, la diga Barzagli, la grinta e la qualità di Parolo. Grande e generoso De Rossi, parcheggiato troppo presto in panca nella mente dei calciofili nostrani. Non è un ex, resta un giocatore completo con le fattezze del campione: c’è, si sente, da peso, struttura ed è cattivo. Quasi perfetti, insomma. Quasi ed è giusto così, anche perché la perfezione stanca e per fortuna non esiste.
Ora ci tocca la Germania, i “crucchi” quando si tratta di scendere in campo. Non è odio, è un po’ come anestetizzare il troppo rispetto quindi la tensione. Perché stiamo parlando della partita di sempre, il Muhammad Ali – George Foreman se si fosse sul ring (e speriamo di essere noi quelli a volare come una farfalla e a pungere come un’ape). Anche ad euro 2016 ci sarà spazio per quell’eterno ritorno che fermerà il tempo biologico del calcio. Un lunga storia inaugurata dalla spalla lussata e stretta al corpo di un monumentale Beckenbauer che restò in campo e dal quel tocco di Rivera stampato nella mente di tutti, un po’ come quelle canzoni di Battisti che attraversano le generazioni (e le gite scolastiche). Parliamoci chiaro, un match che per antonomasia definisce i tornei continentali e mondiali non è un quarto qualsiasi, è una finale. Con noi che nel gioco del mito vogliamo continuare a recitare la parte della bestia nera.
tricolore_firenze_europeiBreve digressione dagli altri campi. L’Islanda che prende a pesci in faccia l’Inghilterra. Titoloni, psicodramma oltre Manica, le battutine sulla Brexit sui social. Già le pallosissime battutine sulla Brexit… al barraccio non c’è spazio per il cancelletto e i tormentoni social. C’è posto solo per la verità, nuda e cruda, così come lo sono i nomignoli e i soprannomi: “L’Inghilterra è una squadra di pellai”. La storia parla chiaro: un mondiale, quello del ’66, vinto in casa grazie ad un furto storico. Poi più nulla. Magari uscire con l’Islanda dei “son” e degli “uh” del Geyser-Sound (non è l’Haka, vi prego) non il massimo, ma la cifra del calcio inglese- al netto dei sud americani e degli europei che arricchiscono e di molto la Premier- è questa: gli ottavi. Non è una tragedia, è la realtà cari miei. Se Italia – Germania è l’eterno ritorno del calcio che conta, l’Inghilterra è e sarà l’eterno bye-bye. Ci sarà posto per voi nell’Olimpo? Forse… forse alla fine sarete ricordati per aver fatto da birilli al gol del secolo firmato da Maradona nei quarti di Messico ’86.
Ps: grazie a Gudmundur Benediktsson, il telecronista islandese, per averci ricordato che la voce in falsetto dei Cugini di Campagna vive e lotta insieme a noi nel nostro corredo genetico.
Ps 2: Partiamo spesso pigri, aspettiamo di vedere quel che si combina. Poi ci esaltiamo quando cominciamo a sperarci, quando sentiamo l’odore del trionfo. Per farla breve, è arrivato il momento di appendere la bandiera alla finestra. A Firenze si sono portati avanti, è c’è chi ha vestito le impalcature con il tricolore. Magari non è voluto, però…
28 giugno 2016
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