Elezioni, che Parlamento sarà? Arriva la carica dei quarantenni

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Elezioni, che Parlamento sarà? Arriva la carica dei quarantenni

ROMA – A meno di cinque giorni dal voto del 4 marzo, diventa importante interrogarsi sulle caratteristiche socio-demografiche e geografiche di coloro che aspirano a diventare parlamentari nella prossima legislatura. L’Istituto Cattaneo cerca di rispondere a due interrogativi:

1) quale schieramento politico presenta la lista di candidati più giovani?

2) quanto sono local, cioè nati e radicati nel loro territorio d’elezione, gli aspiranti parlamentari?

Per rispondere a queste domande, l’Istituto Cattaneo ha analizzato i dati relativi ai candidati di sei liste per l’elezione della Camera dei deputati.

L’esercito dei quarantenni

Il primo dato che analizza riguarda l’età anagrafica dei candidati nei collegi plurinominali della Camera. Come mostra la figura 1 qui a fianco, le liste più giovani sono quelle predisposte da Casapound e dal Movimento 5 stelle. Rispettivamente, gli aspiranti parlamentari dei due partiti hanno un’età mediana di 35 e 36 anni.

I candidati di tutti gli altri partiti hanno un’età superiore a quarant’anni e il record, in termini di anzianità, spetta alle liste di Insieme (età mediana: 54 anni), Noi con l’Italia e Forza Italia (51 anni), con uno scarto di oltre 15 anni rispetto all’età dei candidati di Casapound e M5s.

Questi dati, oltre a segnalare differenze sostanziali tra gli aspiranti al Parlamento delle varie forze politiche, spiegano in parte anche la maggiore sintonia elettorale che esiste tra il Movimento guidato da Luigi Di Maio e le generazioni più giovani.

Sia le analisi del voto del 2013 che i sondaggi più recenti indicano, infatti, che il M5s ottiene risultati superiori alla media proprio nella fascia di elettorato compresa tra i 25 e i 44 anni. Un dato che può essere spiegato anche prendendo in considerazione le caratteristiche anagrafiche della classe politica dei cinquestelle. A tal proposito, come indica chiaramente la figura 2 qui accanto, è significativo rilevare come oltre il 70% dei candidati del M5s nei collegi plurinominali della Camera abbia un’età compresa tra i 30 e i 40 anni. Per inciso, questo è il risultato delle norme previste dallo stesso regolamento del M5s per la selezione dei candidati, secondo il quale «chi avrà compiuto 40 anni di età alla data del 1 gennaio 2018 potrà proporre la propria candidatura al Senato». Di conseguenza, gli attuali candidati over-40 tra i cinquestelle sono prevalentemente i parlamentari uscenti in cerca di ri-elezione.

Se esaminiamo nel dettaglio l’età dei candidati tenendo conto delle differenze di genere – come l’Istituto Cattaneo ha fatto nella tabella 1 – si osservano divergenze significative tra i partiti e, soprattutto, tra gli uomini e le donne.

Infatti, complessivamente i candidati sono più anziani di circa due anni rispetto alle candidate. E questa differenza è ancor più marcata soprattutto nel caso dei partiti che mostrano candidature mediamente più anziane. Ciò vale in particolare per le liste di Insieme, Noi con l’Italia e Forza Italia, le quali riportano una differenza tra l’età mediana delle donne e degli uomini di oltre 5 anni. Questa differenza è invece assente se prendiamo in considerazione i dati dei partiti che mostrano le candidature più giovani. Esiste un sostanziale equilibrio anagrafico tra i candidati e le candidate di Casapound, M5s, Potere al popolo e Lega. È interessante segnalare, inoltre, come la lista di Casapound – caratterizzata dalla maggiore presenza di candidati giovani – includa tra le sue fila anche la candidatura più anziana tra quelle qu esaminate: Lea Cariolin, classe 1924 e volontaria nella Repubblica sociale italiana, è pluricandidata per Casapound in Veneto e nel collegio uninominale di Venezia.

Per valutare l’eventuale impatto della questione anagrafica nella composizione del prossimo Parlamento, l’Istituto Cattaneo ha considerato infine le posizioni occupate dalle candidate e dai candidati nelle loro liste di appartenenza.

Anche se non emergono differenze particolarmente marcate, si nota soprattutto per alcuni partiti (Noi con l’Italia, Fratelli d’Italia e Forza Italia) la presenza di candidati tendenzialmente più anziani nelle prime posizioni più sicure delle liste, mentre i più giovani sono collocati in terza o quarta posizione. Questa tendenza è completamente assente, anzi addirittura ribaltata, per i partiti con il profilo delle candidature più giovani, come Casapound, Potere al popolo, M5s e Lega.

L’età dei candidati nei collegi uninominali

Se passiamo ad analizzare le caratteristiche anagrafiche dei candidati nei collegi uninominali, il quadro che emerge non è troppo distante rispetto a quello presentato in precedenza. Ad esempio, sono sempre i candidati di Casapound e del M5s ad essere i più giovani tra tutti quelli presi in considerazione. L’età mediana dei candidati di Casapound nelle competizioni uninominali è di 37 anni, mentre per gli aspiranti parlamentari dei cinquestelle è di 43 anni (superiore di 7 anni rispetto ai loro candidati nei collegi plurinominali). Lo schieramento politico caratterizzato dalle candidature più anziane è invece quello del centrosinistra, dove l’età mediana dei candidati è di 53 anni, superiore sia a quella riferita a Liberi e Uguali (51 anni) che alla coalizione di centro-destra (49 anni). Emerge così una differenza piuttosto netta tra i partiti tradizionali, che sembrano puntare su candidature più esperte e probabilmente più note nel contesto politico dei collegi uninominali, e i partiti più recenti (Casapound, M5s e Potere al popolo), i quali hanno fatto affidamento prevalentemente su candidature più giovani e con una minore esperienza politica sul territorio.

Il radicamento territoriale dei candidati uninominali

L’ultimo aspetto sul quale si concentra l’Istituto Cattaneo riguarda il localismo dei candidati nei collegi uninominali, un fenomeno analizzato prendendo in esame il luogo di nascita degli aspiranti parlamentari nelle diverse liste. In particolare, si distingue tra candidati nativi e candidati non-nativi: i primi sono nati in un comune appartenente al collegio plurinominale che racchiude il collegio uninominale nel quali si è candidati, mentre i secondi sono nati al di fuori dell’ambito plurinominale di candidatura. In questo modo, cerchiamo di cogliere il grado di radicamento dei singoli candidati all’interno delle loro rispettive constituencies. Come si può osservare dalla tabella 3, i candidati nei collegi uninominali sono sostanzialmente più radicati e local di quanto le cronache politiche delle ultime settimane lasciassero intendere. Nell’insieme, i candidati non-nativi sono 311 su 1386, vale a dire il 22,4% sull’intero universo di casi esaminati. Quindi, poco più di due candidati nei collegi uninominali su dieci si sono presentati in territori diversi dal loro luogo di nascita.

È probabile inoltre che, se avessimo a disposizione i dati sui comuni di residenza dei candidati, questo dato si potrebbe ulteriormente ridurre. In tal caso, soltanto una piccola minoranza di candidati si troverebbe ‘fuori luogo’ e si mostrerebbe così l’efficacia del collegio uninominale come strumento che promuove il radicamento della classe parlamentare sul territorio.

Se si passa ad analizzare il livello di localismo presente all’interno delle singole liste, si nota innanzitutto che i candidati con un profilo meno locale sono quelli provenienti dalle fila del M5s (27,7% di non-nativi), in particolar modo al nord-est. Si tratta del dato più alto tra i partiti presi in considerazione, ma che solo in parte può essere interpretato come un segno delle difficoltà del Movimento guidato Di Maio nel reclutamento della classe politica a livello locale. Infatti, secondo il regolamento per la selezione dei candidati uninominali predisposto dal M5s, chi si candida deve “risiedere nel collegio plurinominale per il quale intende proporre la candidatura”.

Di conseguenza, è probabile che molti dei candidati pentastellati non-nativi abbiano cambiato la residenza nel corso della loro vita e oggi siano presenti e radicati nel territorio di elezione. Lo schieramento che invece mostra il minor numero di candidati estranei al territorio del collegio uninominale è la coalizione di centro-sinistra. Al di là di alcuni casi eclatanti che hanno fatto scalpore (come l’aretina Maria Elena Boschi candidata nel collegio di Bolzano), i candidati non-nativi del centro-sinistra sono meno del 20% sul totale (16%). Un dato che segnala ancora la presenza di un certo radicamento territoriale della classe politica dei partiti che compongono oggi la coalizione formata attorno al Pd.

Per finire, l’Istituto Cattaneo haanalizzato il livello di localismo dei candidati nelle competizioni uninominali sull’intero territorio italiano, per vedere se esistono zone a maggiore o minore radicamento. Come indica sempre la tabella 3, i candidati non-nativi sono più numerosi soprattutto nel nord-Italia (inclusa la cosiddetta Zona rossa), mentre sono molto meno frequenti nelle regioni del centro e, in particolare, del sud. In effetti, i dati indicano che nelle regioni rosse della fascia appenninica la quota di non nativi si aggira attorno al 31%, mentre nelle regioni del sud crolla al 12% (50 su 414). Un dato che potrebbe essere interpretato come la persistenza nelle regioni meridionali di una politica più personale o locale, caratterizzata da legami tra i singoli candidati e i rispettivi territori.

Analisi a cura di Luca Pinto, Filippo Tronconi e Marco Valbruzzi, con la collaborazione di Domenico Fruncillo, Andrea Pedrazzani, Marta Regalia, Rinaldo Vignati Fondazione di ricerca Istituto Carlo Cattaneo 

www.cattaneo.org

28 febbraio 2018
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