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Myanmar, ‘rohingya’: se la parola è proibita anche per Papa Francesco

ROMA – E’ cominciata la visita apostolica di Papa Francesco, che sara’ in Myanmar e Bangladesh fino al 2 dicembre. Il Pontefice vuole dare un segnale di unita’ non solo alla comunita’ cattolica ma a tutta la popolazione, in un momento delicato: da fine agosto l’esodo dei profughi Rohingya verso il Bangladesh – 622mila secondo l’Unhcr (Alto commissariato Onu per i rifugiati), che vanno ad aggiungersi ai 160mila gia’ presenti – ha causato una tragedia umanitaria. La difficile convivenza tra le oltre 135 minoranze in Birmania e’ un fatto annoso, e ora tutti attendono di vedere se il Pontefice pronuncera’ o meno la parola “rohingya”, come hanno chiesto di non fare i vescovi birmani.

La vicenda ha inoltre minato la reputazione del Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi: fedele alla linea adottata negli anni della giunta militare, la “Lady” sostiene che i Rohingya non siano una minoranza etnica birmana, bensi’ immigrati bengalesi.
Viceversa affermano dal vicino Bangladesh. Cio’ non toglie che Naypyidaw e Dacca la settimana scorsa abbiano raggiunto un accordo per rimpatriare i profughi. Accettati pero’ solo quelli che sapranno dimostrare di aver davvero vissuto in Myanmar, elemento tutt’altro che scontato, dal momento che dagli anni Ottanta e’ stata negata loro la cittadinanza e quindi la maggior parte non possiede un documento di identita’.

Non solo il Vaticano si sta muovendo per favorire una soluzione: il 19 novembre Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera Ue, ha visitato i campi profughi di Cox’s Bazar e dichiarato che “bisogna porre fine alle violenze contro i Rohingya, favorire l’accesso agli aiuti umanitari nel Rakhine nonche’ garantire il ritorno a casa in piena sicurezza per i profughi”. Mogherini ha poi confermato il sostegno dell’Unione al processo di transizione dell’ex Birmania verso la democrazia. Rex Tillerson, segretario di Stato Usa, qualche giorno prima e’ volato a Naypyidaw: prima ha bocciato la proposta – avanzata da alcuni Paesi – di imporre sanzioni economiche per punire le persecuzioni dei Rohingya, giudicandole non utili al dialogo.
Sposando la linea delle Nazioni Unite, ha poi detto che contro i Rohingya e’ in atto “un genocidio” e ha quindi esortato Suu Kyi a intervenire.

L’Unhcr ha calcolato che per affrontare tutti bisogni dei profughi a Cox’s Bazar – dove manca tutto, dal cibo agli alloggi, fino alle strutture igienico-sanitarie – servono 83.7 milioni di dollari.

27 novembre 2017

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