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Dalla tentazione Macron al gelo di Prodi: Renzi va avanti, ma il Pd?


ROMA – Andare avanti. Parlare dei problemi della gente. Non perdersi in discussioni astratte su alleanze e coalizioni. La priorità sono le tasse. I problemi della gente. Andare avanti.

Quasi fosse una litania, così risuona il fuoco di fila dei renziani dopo i risultati delle elezioni amministrative. Così Matteo Renzi minimizza la sconfitta delle urne e traccia la traiettoria che il suo Pd percorrerà fino alle prossime elezioni.

L’impostazione è quella di un pragmatismo che qualcuno definisce ‘stile Macron’: “Agli italiani interessano le tasse. Le coalizioni affascinano gli addetti ai lavori. Il modo con il quale si risolvono i problemi e’ il nostro campo di gioco”. Non è vero, come sostiene l’ex Massimo D’Alema, che una parte del popolo del centrosinistra “ha fatto lo sciopero delle urne”. La realtà, secondo Renzi, è più semplice: parlare di alleanze, di coalizioni e di centrosinistra “annoia” gli elettori e le “continue ed esasperanti polemiche” alla sua sinistra “fanno vincere gli altri”.

I maggiori esponenti del Pd lo seguono. Per Giachetti, chiedersi se si vince con o senza alleanze di centrosinistra “è un dibattito surreale”. Gli fa eco il vicesegretario dem Martina: “superiamo il dibattito sulle formule e rilanciamo il progetto Italia”, dice. Anche Orfini si allinea e risponde a chi, come Orlando, chiede “l’apertura di un tavolo del centrosinistra” ricordando il “disastro” dell’Unione del 2006.

Ma qualcosa è successo in questo turno di elezioni amministrative e, ora, scava nel profondo del Partito. Nel giorno del decimo anniversario del suo discorso al Lingotto, è Walter Veltroni ad affidare ad una lunga intervista al quotidiano la Repubblica il suo avvertimento: il Partito Democratico “doveva essere una forza innovativa, non un indistinto. Non doveva essere né l’ampliamento dei Ds, come qualcuno ha preteso poi di fare, né la prosecuzione della Margherita, come invece sembra essere oggi“. Secondo il fondatore del Pd, adesso Renzi “deve cambiare passo” affinchè “la sua leadership dimostri di aver capito che questa è la fase dell’inclusione“.

Un invito, quasi un monito, seguito, nel pomeriggio, dalle parole di Romano Prodi, altra figura di riferimento nel pantheon dem. “Leggo che il segretario del Partito Democratico mi invita a spostare un po’ più lontano la tenda”, dice con tono polemico l’ex premier. “Lo farò senza difficoltà: la mia tenda è molto leggera. Intanto l’ho messa nello zaino“, aggiunge, lasciando intendere che, per tenere insieme il Pd, il vinavil potrebbe non bastare.

Ma la rottura più pesante non è quella tra Renzi ‘il rottamatore’ ed i padri fondatori del Pd. E’ da Dario Franceschini, ministro del governo Gentiloni e membro della maggioranza renziana, che arriva l’attacco inatteso, forse il più pesante. “Bastano questi numeri per capire che qualcosa non ha funzionato?”, si chiede su twitter,  pubblicando anche dei grafici che mettono a confronto i risultati delle comunali del 2012 con le comunali del 2017 a Genova, Parma, Verona e L’Aquila. Poi, le parole che sanno di sfida: “Il Pd è nato per unire il campo del centrosinistra non per dividerlo”.

Intanto, lontano da Roma, il governatore pugliese Michele Emiliano festeggia. Mentre le roccaforti rosse del centro nord cadevano inesorabilmente nelle mani della coalizione di centrodestra, in Puglia il Pd trionfava a Taranto e a Lecce. Merito di un modello “capace di unire intorno ai problemi della gente” e vincente perchè “ha scelto i candidati sul merito e non sulle appartenenze del congresso”. Ed ora Michele Emiliano, sconfitto al congresso ma vincente nelle urne, guarda al 2018: “Vogliamo dar vita ad una lista civica nazionale per le prossime elezioni”.

di Michele Bollino

27 giugno 2017

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