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Roma, Bergamo: “Città uscirà dalla crisi, e arriveranno anche grandi eventi”

V. Raggi e L. Bergamo


ROMA – Il sogno di restituire alle persone la fiducia reciproca, il lavoro per realizzarlo attraverso la bellezza di tutti e per tutti. Assessore alla Crescita culturale da un anno e vicesindaco da sei mesi, Luca Bergamo non fa bilanci e non si dà voti – ‘non ha senso’, dice – ma mostra il suo disegno per Roma: ‘Tra quattro anni vorrei una città ancora più ricca di vita culturale in grado di coinvolgere chi oggi non lo è”.

In attesa dei grandi eventi che, promette, ci saranno, Bergamo porta avanti la sua azione politica dentro l’amministrazione a Cinque stelle. Rivela di “non aver mai goduto di altrettanto rispetto della mia libertà di pensiero”, ma ha un rammarico: “Sono convinto da anni che Roma abbia bisogno di un governo di transizione che la faccia uscire da questo stato. Ma questo non va d’accordo con il consenso. Ed è capitato a noi”.

Dalla riorganizzazione delle istituzioni culturali al ricorso (vinto) contro il Parco del Colosseo e quello (‘possibile, ma non me lo auguro’) contro il ticket al Pantheon, ecco l’intervista a Luca Bergamo raccolta dall’agenzia di stampa Dire:

– Partiamo dall’immancabile voto: la sindaca si e’ data 7,5. Lei quanto si dà?

Un voto a me stesso non ha senso. Penso di aver fatto e di stare facendo un lavoro serio, importante e anche rigoroso. Mi sembra che le persone che incontro, fuori dall’ambito della comunicazione pubblica, questo lavoro lo riconoscano come fortemente innovativo. Con qualche eccezione, ma mi sento abbastanza confermato nel percorso che ho fatto e che sto facendo. E mi sembra anche che ho una quantità di lavoro da fare da fare tremare le vene.

– E allora, dopo un anno da responsabile della Cultura e sei mesi da vicesindaco, qual e’ l’atto finora più importante del suo mandato?

‘La cosa più divertente è stata l’osservazione delle stelle in giro per la città, l’estate scorsa. A luglio, un anno dopo, finalmente rimettiamo in funzione un Planetario dignitoso. La cosa più importante, perché segna la direzione di marcia, è invece la stesura delle linee guida programmatiche che il Consiglio comunale ha approvato sulla parte Cultura. Ma forse ancora di più il fatto che la premessa che avevo scritto per la mia azione è diventata la premessa delle linee programmatiche di tutta l’amministrazione. In quel documento si dice che obiettivo del governo della città è ricostruire il rapporto di fiducia dei cittadini tra loro e nei confronti dell’amministrazione, perché secondo gli indici disponibili in questa città da tempo ormai un cittadino su due non si fida dei suoi concittadini.

Ovviamente, ci sono altre cose importanti, come la delibera 126 che affronta il riordino delle istituzioni culturali. Quell’atto nasce da una riflessione sul ruolo di queste istituzioni all’interno di Roma nella sua peculiarità: una città che ha un territorio molto esteso e un’urbanizzazione molto diffusa e frammentata, con una concentrazione fortissima delle attività culturali nel Centro. La riorganizzazione è importante non solo perché stabilisce un riordino in termini organizzativi e di efficienza, ma perché c’è una logica di efficacia. E poi il dibattito sul tema del patrimonio culturale della città, diventato notizia attraverso il ricorso al Tar contro il Parco archeologico del Colosseo voluto dal ministro Franceschini.

– In effetti, quel ricorso rappresenta per lei una vittoria clamorosa. Qualcuno però dice che si sia trattato di un atto puramente politico contro un partito che una volta rappresentava la sua area. E’ così? Si tratta di risentimento?

‘Chi lo dice è in malafede, perché non ha sentito quello che ho detto e non ha letto quello che ho scritto. Vedremo che cosa deciderà il Consiglio di Stato, ma il confronto che c’è intorno a quel tema non è una questione di polemica di basso profilo. È molto diverso, e raccoglie in sé tanti elementi che si trovano ancora una volta nelle linee guida.

Immaginare che il patrimonio di Roma sia semplicemente uno strumento a servizio dell’attività turistica vuol dire dare un’interpretazione della città come un museo. La stessa cosa che succede a Venezia. Ma questo ammazza lo sviluppo di Roma e ammazza lo sviluppo del Paese. Al contrario, questa unicità di Roma è qualcosa su cui poter costruire un nuovo contratto sociale, un modello di sviluppo diverso, in cui anche lo sfruttamento economico indiretto di questa presenza non è derivato dal fatto che si vende il consumo del bene come oggetto che arricchisce l’uso del tempo libero delle persone, ma è l’occasione per costruire intorno a questo immenso patrimonio il contesto di una vita culturale ricca, contemporanea.

Si tratta di due modi diversi di vedere questa ricchezza: uno secondo cui questa ricchezza attrae gente che nel proprio tempo libero viene a vederla, la consuma più o meno rapidamente, se ne va e lascia dei soldi – ed è il Parco archeologico turistico come lo ha concepito il disegno di Franceschini – e un altro che dice ‘no, questa ricchezza è di altro genere, da fare vivere a tutta la città”.

– Quando arriverà il biglietto a pagamento per entrare al Pantheon, così come promesso dal ministro Franceschini, lei farà ricorso come per il Parco del Colosseo?

‘Sarebbe una extrema ratio, e non so nemmeno se ci siano le condizioni, visto che si tratta di un accordo tra lo Stato italiano e il Vaticano, un altro Stato sovrano. In ogni caso, continuo a essere fortemente contrario al ticket.

Il punto è che se si vuole organizzare un accesso a pagamento delle parti accessorie del Pantheon si può fare, ma mi oppongo all’idea che quel luogo si trasformi, come si vorrebbe fare con il Parco archeologico del Colosseo, in un luogo adibito solo per il consumo di una persona che paga il biglietto. Vorrebbe dire togliere dalla vita quotidiana delle persone la possibilità di entrare liberamente e godere di quella bellezza. In più, conoscendo come è fatta piazza del Pantheon, suggerisco garbatamente che qualcuno ci pensi cinquanta volte prima di mettere un ingresso a pagamento al monumento, perché poi c’è la gestione delle code sulla piazza che ha già una forte pressione.

Abbiamo deciso di ricorrere al Tar contro il Parco archeologico del Colosseo perché non c’è stata la possibilità di un confronto nel merito, che io ho cercato. Abbiamo fatto una proposta al ministro, quella della gestione condivisa con un organismo unitario, a cui non c’è mai stata risposta. Ma ancora una volta il punto è che non si può decidere quello che fa il cuore della città, senza la città. Nel caso del biglietto al Pantheon, se non ci fossero alternative, e a condizione che ce ne siano i termini, sì, proporrei alla Giunta di ricorrere. Ma spero sinceramente che non ce ne sia bisogno.

– Lei e Franceschini avete avuto incontri su questi temi dopo la sentenza del Tar?

‘No’.

– Commentando questo primo anno, lei ha detto che sono state fatte molte cose, ma che non sempre sono state raccontate bene. E’ forse a causa del rapporto ambivalente che il Movimento ha con la stampa? E’ questo il motivo del calo di gradimento rilevato dai sondaggi?

‘Credo che si debba tornare indietro fino alla vicenda Raineri-Minenna. In quel momento si è prodotta immediatamente una tensione fortissima tra il nostro interno e il mondo esterno, anche perché eravamo prima della decisione definitiva sulle Olimpiadi, che molti avversavano. Quell’evento è diventato una specie di esplosione di una bomba che da allora continua ancora attraverso un confronto tra quello che noi cerchiamo di dire e il racconto che si legge prevalentemente sui giornali.

L’esempio arriva dalla conferenza stampa sui risultati di un anno di amministrazione Raggi: a parte le agenzie, tutti i giornalisti presenti facevano le stesse domande che non avevano niente a che fare con l’oggetto della conferenza stampa. Questo è costante, sistematico e rafforza la tentazione di trovarsi propri canali di comunicazione.

Nel problema di comunicazione ci sono sicuramente dei difetti da parte nostra, che sono tanti, ma c’è anche un atteggiamento di pregiudizio e talvolta di cecità selettiva di chi ci guarda che ha un fortissimo effetto. Probabilmente all’inizio ci siamo nascosti troppo. Mi sembra che la cosa poi si sia sciolta, ma questo limite una volta superato non giustifica il trend.

– Con la nomina a vicesindaco, lei sembra aver assunto anche un ruolo di mediazione tra la sindaca, i componenti della Giunta, il Consiglio e anche gli uffici. Si sente un punto di riferimento per il Movimento romano, e non solo?

‘Penso che la proposta di fare il vicesindaco sia molto legata al fatto che cerco sempre di essere una persona che ascolta quello che gli altri hanno da dire e dice quello che pensa in modo chiaro, sebbene talvolta articolato. Ma rispettoso. Se questo sia tranquillizzante, non lo so. E non ho idea nemmeno se io sia o meno diventato un punto di riferimento. Non mi pongo in questo modo.

Virginia Raggi e il Movimento Cinque Stelle hanno fatto dei gesti di grande coraggio ad assumere persone come me che dietro hanno una storia, in cui però l’indipendenza e’ sempre esistita, almeno come un tentativo di coerenza verso se stessi.

Io me ne sono andato da Roma perchè quello che accadeva qui non mi convinceva e non mi piaceva. Non trovavo posto. Pensavo non fosse un posto per me, non che non potessi trovare lavoro. Questo e’ un movimento di persone che si fanno Stato per la prima volta e che fanno una grande apertura nei miei confronti. Lo trovo un atto di grande coraggio e grande affidamento a cui rispondo allo stesso modo: mi è stata data fiducia sapendo che cosa penso, che cosa dico e che cosa faccio. Non credo di aver mai goduto di altrettanto rispetto della mia libertà di pensiero, perché c’è la percezione della necessità di riforma radicale’.

– Ha rapporti diretti con Beppe Grillo e Davide Casaleggio?

‘Quando sono venuti a Roma li ho incontrati anche io. Ma io ho rapporti diretti con Virginia Raggi’.

– La sindaca ha chiesto ai romani di avere pazienza e ha aggiunto che la vostra azione si vedrà a fine mandato. Quali sono i prossimi obiettivi della Giunta e suoi in particolare?

‘La sindaca diceva in realtà una cosa importante: avremmo potuto dare una mano di vernice, come è stato fatto in passato, ma il mandato che sentiamo di aver ricevuto è quello di rimuovere le condizioni per cui la città è finita così fortemente in sofferenza. È una cosa molto più complicata, perché se la riforma è radicale e seria gli ostacoli da superare sono tantissimi.

Quello che ha detto la sindaca è questo: siamo qua per governare la città per cinque anni perché in questo tempo pensiamo di poter rimuovere gran parte delle ragioni che hanno portato la città in questo stato. Va d’accordo questo con il consenso? Poco. Ma sentir dire una cosa così seria da un politico eletto, che non è la versione giornalistica ‘lasciatemi lavorare’, è importante perché è vero. Lo vedo ogni giorno. Sono convinto da parecchi anni che Roma ha bisogno di un governo che assicuri una transizione e costruisca delle basi solide per uscire dal catino in cui è stata gettata. È capitato a noi’.

– Finora lei ha preferito costruire una rete di eventi minori. L’assenza di grandi eventi non crede possa penalizzare Roma soprattutto a livello internazionale?

‘Ho sempre detto che Enzimi rappresentava soltanto la punta dell’iceberg, perché sotto c’era un lavoro di costruzione di una rete tra le diverse realtà della città, una rete che creava un coinvolgimento ampio. Quel lavoro si è interrotto, ma è da lì che bisogna ripartire. La cultura non è un servizio al tempo libero, ma è la dimensione che ricostruisce rapporti umani attraverso la partecipazione alla vita della città. La Festa della musica è stata questo. A un certo punto ci saranno anche i grandi eventi. Perché i ‘fuochi d’artificio’ sono belli, sono divertenti e servono, ma devono arrivare senza spazzare via la nascita e il consolidamento di questo modo di vivere la città.

– Che città sarà Roma tra quattro anni dal punto di vista culturale?

‘Tra quattro anni immagino cose bellissime, ma sarei molto contento se le persone si fidassero di più tra loro. C’è una correlazione quasi diretta tra il livello di sfiducia nell’amministrazione e il livello di sfiducia reciproca. L’inaffidabilità della politica è un elemento che genera ovunque sfiducia nella società, nel futuro e negli altri. Se coloro a cui hai affidato un compito delicato, che è quello di prendere delle decisioni importanti per te e per gli altri, tradiscono la tua fiducia, l’idea che si possa stare bene insieme viene minata, sempre.

Io immagino che a conclusione di questa esperienza la vita culturale della città possa essere quantitativamente ancora più ricca, ma soprattutto che sia goduta non dalle solite persone. Che senso ha se per un evento come il Festival delle Letterature ci sono le stesse tremila persone che tornano per otto sere? E’ una cosa bella, ma resta per pochi. E invece quella bellezza va resa disponibile a chi lì non ci va e non ci vuole andare. È a loro che va portata la cultura. Se riuscissi a fare questo, ecco, sarei contento’.

di Nicoletta Di Placido, giornalista professionista

27 giugno 2017

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