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DIRE - LE OPINIONI

Per la sinistra ci vorrebbe un Nereo Rocco

di Riccardo Cristiano per www.ytali.com


La politica ha da sempre un suo linguaggio. E da un ventennio a questa parte il linguaggio berlusconiano con le sue metafore calcistiche è l’unico linguaggio rimasto alla politica italiana. Bisogna dunque cercare di entrare nel linguaggio delle metafore calcistiche per dire qualcosa di condivisibile e comprensibile sulla politica italiana. Parto dunque dal tentativo di esprimere una mia certezza di fondo, dopo il voto alle amministrative, affermando che alla sinistra italiana servirebbe un Nereo Rocco capace di farle capire che lei perde perché non sa dire “vinca il migliore? Ciò, speremo de no”!

Sì, la sinistra è ancora convinta di essere fatta dai migliori, di essere migliore degli altri. Questo vizio, di vecchia matrice catto-comunista (quelli che parlavano di sé come dell’unione “dei migliori della sinistra e del cattolicesimo”) non ha proprio più alcuna ragione per ritenersi fondato, eppure il complesso di superiorità resta. E pesa. Pesa nei rapporti con l’opinione pubblica e con l’elettorato. Davvero? Davvero!

Una metafora calcistica alla quale la sinistra invece sembra fare volentieri ricorso è quella per cui la propria squadra non si discute, si ama! Questo non è più vero neanche per tutti i tifosi, figurarsi se può essere vero per gli elettori. I partiti di sinistra hanno scelto di essere leggeri e così, se non sono più i politici ad andare dalla gente, non sarà certo la gente ad andare da loro. Se ne è accorto anche Bertinotti, che quando si è reso conto che ai suoi comizi non ci andava più nessuno ha preferito passare con Comunione e Liberazione, che riesce a portare un bel po’ di persone a radunarsi, anche se parla Fausto.

Sulla panchina della squadra della sinistra ci vorrebbe dunque un Nereo Rocco, umile e capace di andare tra i suoi tifosi, di parlare con loro, ma in società ci vorrebbe un presidente diverso dal quel Massimino che quando gli dissero che al suo Catania mancava l’amalgama rispose con rassegnazione: “e compreremo pure questo Amalgama”.

Ma l’amalgama tra gruppo dirigente e base non si compra al mercato. Bisogna rinunciare a pensare che i tifosi siano tutti teppisti per non trovarsi con lo stadio vuoto, e bisogna rinunciare a pensare che il proprio presidente debba comprare due Messi l’anno per averne uno che non sia un venditore ambulante di sogni.

Su tutte le gazzette sportive poi i leader della sinistra troveranno la “verità” indiscutibile: e cioè che con uno spogliatoio diviso si farà poca strada in campionato. Verissimo. Ma si tratta di una verità su cui soffermarsi un attimo. Mentre non ho mai creduto che i calciatori trascorrano così tante ore nello spogliatoio, la sinistra italiana mi sembra stare da anni nello spogliatoio, perché rimasta senza braghe, o senza idee.

Questo lungo ritiro nei camerini del proprio centro sportivo sembra dire che ci vogliono altre metafore per capire che il basso impero è sempre contrassegnato da lotte intestine, fratricide, non perché Tizio o Caio siano cattivi, ma perché quando comincia la corsa verso la fine butta sempre così. E a finire oggi non è la storia della sinistra italiana, ma quella della sua nomenclatura, così presuntuosa da pretendere di poter eternizzare se stessa. Non è così.

Si può ripartire sulla rotta Corbyn, si può ripartire sulla rotta Macron. Ma non si può ripartire senza una rotta. Questo no. E oggi per la sinistra avere una rotta a me sembra voglia dire salutare apparati che parlano solo di quanto si odiano, nel disinteresse di tutti.

27 giugno 2017

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