40 anni SSN, Ricciardi: “Sua istituzione svolta cruciale”

ROMA – Il Servizio sanitario nazionale compie 40 anni. L’agenzia Dire ha intervistato tre rappresentanti del mondo della sanità: l’istituzione, i medici e la popolazione.

Ecco le parole di Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto superiore di sanità

– Il servizio sanitario nazionale, come recita la legge, è destinato alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzione, per assicurare a tutti l’accesso alle cure. Quanto obiettivo è effettivamente realizzato e cosa si può fare in futuro?

“Il Servizio Sanitario Nazionale italiano, universale e solidale, ha rappresentato una svolta cruciale e ha rappresentato una tappa dell’evoluzione della democrazia nel nostro Paese”.

“È stato affermato un principio, quello dell’universalità dell’accesso alle cure, dal quale è impossibile ormai fare marcia indietro, ci si può solo chiedere come proseguire nella sua difesa. Non si è trattato, comunque, semplicemente dell’affermazione di un principio ma anche di un’opportunità estesa realmente a milioni di cittadini, che oggi non è scontato poter continuare a offrire”.

“Per quarant’anni i cittadini hanno guadagnato due mesi di vita l’anno, e hanno avuto un’assistenza farmaceutica che, come in quasi nessun altro Paese al mondo, è stata dispensata a tutte le fasce della popolazione secondo un principio di uniformità messo in discussione solo dal federalismo sanitario”.

“Non c’è dubbio che in un contesto sociodemografico profondamente mutato come quello attuale sia necessario ripensare tutto il sistema che con gli anni, comunque, ha risentito anche di pessime gestioni e di molti sprechi. Ma se oggi più che mai è necessario salvaguardare i principi ispiratori di questa legge, altrettanto necessario è misurare questi principi con la loro sostenibilità”.

– Questa ‘garanzia’ di equità e universalità del Ssn si scontra poi con evidenti squilibri territoriali: qual’è la ricetta per contenere e meglio eliminare la mobilità passiva dei pazienti da regione a regione?

“Una forbice divide sempre di più ormai la fotografia dello stato sanitario del Paese. E a contribuire a questo divario in questi anni è stato sicuramente il federalismo sanitario che ha accentuato le differenze tra regioni più ricche e regioni più povere rispetto alle offerte e alle performance di quelli che sono diventati ventuno mini servizi sanitari regionali con buona pace dei LEA”.

“Basta infatti varcare i confini regionali ed è possibile che uno stesso farmaco sia dispensato in una regione e negato in un’altra. Se pensiamo ai pazienti fragili il rapporto tra numero di assistiti tra Nord Est e Sud è di dieci a uno. In Campania o in Sicilia l’aspettativa di vita è simile a quella del dopoguerra. E non c’è molto da stupirsi se pensiamo che in Lombardia gli screening coprono la quasi totalità delle persone mentre in Calabria o in Campania raggiungono appena il 30% della popolazione“.

Uguali rimangono ormai soltanto i fattori di rischio, distribuiti uniformemente su tutta la penisola, mentre l’accesso all’assistenza e alle cure penalizza i cittadini del Sud e alcune regioni del Centro in piano di rientro. Con il risultato che l’aspettativa di vita di un siciliano o di un campano è almeno di quattro anni inferiore rispetto a un residente a Trento o nelle Marche. Sicuramente sono necessarie cabine di regia più forti per riequilibrare l’uniformità dei livelli di assistenza in tutto il Paese ma è altrettanto necessario intervenire nella riorganizzazione del sistema”.

“In questi anni, in sanità, è mancata soprattutto la capacità manageriale imprescindibile, oggi, per la sostenibilità del sistema. Per difendere l’universalità del Servizio Sanitario Nazionale più che mai servono doti manageriali da spendere sul territorio per rilevarne i bisogni, misurare le risorse e distribuirle equamente. In molte regioni la spesa resta stabile nonostante l’aspettativa di vita diminuisca e in altre, invece, a fronte di un contenimento dei costi, aumenta”.

“È per questo che, a fare la differenza, potrà essere soltanto la capacità di ottimizzare le risorse e organizzare la sanità sul territorio. Serve una politica che promuova la prevenzione primaria, che diminuisca significativamente gli sprechi per reinvestirli equamente in assistenza e cure realmente innovative”.

– La comunicazione e l’informazione al paziente, da parte delle istituzioni competenti, sono centrali quando si tratta di temi di salute pubblica. Si pensi a quanto accaduto per i vaccini o alle fake news che circolano sul web. Cosa si potrebbe fare per contrastare il fenomeno, facendo network anche con i medici di base?

“Un’informazione corretta sui temi della salute è parte integrante di ogni piano di prevenzione primaria che si rispetti. Soprattutto in relazione all’informazione che corre sul web, soprattutto nei social network, dove tutte le opinioni sembrano avere pari dignità, è importante che le istituzioni, in particolare quelle di natura scientifica o quelle che basano la loro attività sulla scienza, considerino seriamente il ruolo che deve avere la corretta comunicazione dei contenuti”.

“Noi all’Istituto Superiore di Sanità ne abbiamo fatto un dovere e un compito istituzionale e l’abbiamo fatto attraverso la costruzione di un portale, ISSalute, che cerca di dare ai cittadini informazioni scientificamente validate sui temi della salute e riconducibili a fonti autorevoli. Abbiamo così cercato un canale per aprire un dialogo, offrire una fonte certificata alle persone e non lasciarle sole nel mare magnum del web”.

“La comunicazione della scienza è un lavoro costante, cerchiamo di intercettare tutte le fake news, a cui è dedicata una speciale sezione del portale, e di indirizzare il cittadino verso terapie validate e stili di vita corretti. È una battaglia, quella dell’informazione corretta, i cui frutti si colgono a medio e a lungo termine ma che sono essenziali per costruire le basi della tutela della salute individuale ma anche di quella collettiva”.

I medici di base in questa battaglia sono un partner imprescindibile poiché sono in prima linea a rispondere ai dubbi dei pazienti che riconoscono ancora nel medico di base una delle loro fonti di informazione. Un’alleanza con loro non può che essere strategica per la promozione di una corretta educazione sanitaria e scientifica. La diffusione d’informazioni sbagliate procura danni importanti non solo alle persone ma anche alla sostenibilità del sistema”.

La campagna ‘no vax’ ha messo a rischio, per esempio, il risultato in termini di salute della popolazione di anni di campagne vaccinali e un ‘caso Stamina’, con il suo dispendio di energie economiche ed emotive, non deve più accadere. Perché tutto questo non si ripeta, però, nel nostro Paese la cultura scientifica deve necessariamente maturare. Per contrastare bufale e pseudoscienza c’è bisogno di una sinergia che coinvolge tutti: medici, ricercatori, insegnanti, giornalisti, tutte maglie di una rete sulla quale deve crescere il terreno fertile della conoscenza”.

27 Marzo 2018
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»