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Shoah, l’ex deportato: “Non mi credeva neanche mia madre”/VIDEO

Armando Gasiani oggi col sindaco Virginio Merola

BOLOGNA – Scampato alla prigionia nazista a Mauthausen, quando tornò a casa “nessuno credeva” alla storia terribile che aveva da raccontare. “Nemmeno la mia mamma: mi faceva piangere”. Lo racconta l’ex deportato Armando Gasiani, classe 1927, che oggi ha partecipato in piazza del Nettuno a Bologna alla cerimonia in ricordo delle vittime dell’Olocausto, nel Giorno della Memoria. E’ stato grazie a Roberto Benigni e al suo film “La vita è bella”, che Gasiani si è sbloccato. Ma “per un bel pezzo” non ha raccontato nulla della sua terribile esperienza a Mauthausen. “Nessuno credeva- ricorda- quando sono venuto a casa ero malato e sono stato in Svizzera due anni. Quando sono tornato ho cominciato a parlare alla mia mamma, che prima non credeva niente. Diceva: è impossibile che l’essere umano arrivi a questi livelli. Mi faceva piangere”. Per qualche anno “sono stato legato” e prima di parlare in pubblico “sono passati 20 anni. Un’ispirazione”, spiega l’ex deportato, è stato appunto il film dell’artista toscano, vincitore del premio Oscar.

“Ci siamo trovati con Benigni, abbiamo parlato- spiega Gasiani- e da allora ho cominciato a parlare, sono andato dappertutto in Italia“. L’impegno è rivolto soprattutto ai più giovani. “Io vado in tante scuole, parliamo sempre di queste cose- racconta- dico ai ragazzi di stare attenti, che studino, che guardino. Attenzione alle dittature, perchè quei fatti vengono da lì”. Oggi dunque “è una delle più belle giornate che ci possano essere”, afferma Gasiani, non solo perchè l’anniversario della liberazione dai campi di sterminio ma anche perchè si fa memoria di quei fatti. “E’ la memoria che conta– ammonisce l’ex deportato- i fatti sono di 70 anni fa, oggi viviamo in libertà e bisogna mantenerla. E questo vuol dire essere uniti, discutere, parlare e fare insieme”.

Oggi Gasiani è un 90enne, quando fu portato a Mauthausen non era neanche maggiorenne. “Vidi un portone, con un cortile lungo 300 metri, con tanti schiavi- ricorda- allora pensavo fossero lavoratori, ma quando sono stato dentro anch’io, ho detto: qui siamo tutti schiavi. Ero con mio fratello, non ho dormito per due o tre notti: non ho fatto altro che piangere. Mio fratello mi teneva su di peso: io avevo 17 anni, ero giovane, non avevo esperienza e vedere tutto questo disastro umano… che poi è continuato”. Nel lager nazista “fortunatamente sono stato quattro mesi. Se fosse durato quattro mesi e mezzo non sarei stato qui- afferma- in quattro mesi sono calato 36 chili. Facevamo lavori pesanti, nelle cave di granito, anche 12 ore al giorno. Dormivi in media quattro o cinque ore al giorno e il mangiare era poco: qualche patata, i crauti, ma il resto niente. Si beveva volentieri il caffè del mattino, perchè era surrogato, era acqua calda che ti scaldava lo stomaco. Là non si poteva bere nemmeno l’acqua, era avvelenata“.

Purtroppo, sottolinea il rabbino capo di Bologna, Alberto Sermoneta, “i reduci sono sempre meno per motivi anagrafici. Per questo è fondamentale ascoltare dalle stesse voci di chi è sopravvissuto ed è fondamentale che i giovani si battano con le proprie menti, senza farsi strumentalizzare dalle propagande di revisionismo storico e post-verità”. La Shoah, insiste il rabbino, “non è una cosa che va ricordata soltanto, ma è una cosa che va vissuta e che va trasmessa di generazione in generazione. I giovani hanno il dovere di ascoltare e di apprendere come se essi stessi fossero stati vittime e avessero vissuto quei momenti terribili, per poi trasmetterli alle generazioni successive”.

di Andrea Sangermano, giornalista professionista

27 gennaio 2017

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