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Tarsia, il campo di concentramento italiano

TARSIA (COSENZA) – Dove oggi i ragazzini delle scuole contengono a fatica il chiasso della ‘gita’, 70 anni fa c’erano 92 capannoni bianchi. Dove oggi la campagna stenta ad asciugarsi all’ombra dei viadotti della Salerno-Reggio Calabria, 70 anni fa le baracche dei deportati affondavano in un acquitrino malsano. Dove oggi si alza la voce della memoria, 70 anni fa ebrei, apolidi, stranieri nemici e slavi ne lasciavano traccia con la dignità della costrizione razziale. In Italia, in Calabria, appena 70 anni fa, nasceva il più grande campo fascista di internamento: Ferramonti di Tarsia, il primo campo ad essere stato liberato ma anche l’ultimo ad essere stato formalmente chiuso. In una zona ai piedi di una serie di colline che chiudono a nord la valle del Crati, allora insalubre e solo per metà bonificata. Scelta per convenienza geografica e speculativa, a dispetto della malaria che infestava questi luoghi. Ad Eugenio Parrini, amico di Mussolini e Cavaliere del lavoro della Repubblica, venne commissionata la costruzione del campo per un valore attuale di 5 milioni di euro, permettendogli di riciclare le baracche degli operai impegnati nella bonifica, e di gestire in regime di monopolio lo spaccio del posto.

Il Giorno della memoria qui, prima ancora che a tenere vivo il ricordo, serve a costruire la conoscenza di cosa è stata la realtà fascista: un misto di ideologia xenofoba e arrivismo affaristico della peggior specie, un mefitico impasto di politica e furbetti del quartierino che lucravano sul dramma della segregazione razziale.

Oggi, dove 70 anni fa morivano, colpiti dal fuoco ‘amico’ degli Alleati, in 43, crescono 43 nuovi alberi piantati per trasporre il senso di questo monumento semisconosciuto della memoria: la rinascita. Come dice il presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, Ferramonti “può diventare un simbolo unico, per il contesto diverso nel quale nasceva: fatto di uomini e donne ospitali e accoglienti”.

Un contesto che trasformò questo campo di concentramento in una sorta di kibbutz autogestito, lontano, lontanissimo da quel che accadeva in Europa. I primi internati furono condotti a Ferramonti il 20 giugno del 1940: si trattava di ebrei stranieri presenti per motivi di studio o di lavoro sul territorio italiano. Ad essi si unirono presto gli ebrei italiani e dal 1941 antifascisti italiani e stranieri, gruppi di cinesi e profughi politici. Una comunità che negli stenti e nelle privazioni trovò una nuova umanità. Gli internati si dotarono presto di organi di autogestione, associazioni culturali e religiose, persino di una scuola e di un asilo. Di quel luogo di vergogna nazionale liberato dagli inglesi nel settembre del 1943, ma chiuso ufficialmente solo l’11 dicembre 1945, è rimasto il respiro, l’anima che t’accoglie nel silenzio del mattino presto, prima che la giornata si animi della vita degli studenti. Su quelli che una volta erano 160.000 mq adibiti a dormitori ed altre strutture per i prigionieri, è rimasto uno scheletro ricostruito, dopo la quasi completa distruzione dei locali originali negli anni 60.

Le due baracche ristrutturate per realizzare al loro interno un Museo e una sala convegni inaugurati il 25 aprile 2004, fungono da ideale avamposto di una storia che resta ancorata al territorio resistendo all’oblio del tempo. “Per questo oggi è un giorno fondamentale- dice il sindaco di Tarsia, Roberto Ameruso- Da qui parte un messaggio forte: ha vinto la pace, ha vinto la solidarietà, contro la logica dell’esclusione. A Ferramonti vogliamo ricreare le radici della memoria, perché chi salva la memoria salva il mondo intero”. Ed è per questo che il presidente della Regione Calabria auspica “che il campo non resti confinato ad un momento celebrativo il 27 gennaio, ma che si trasformi in un simbolo perenne, utilizzato 365 giorni l’anno per tenere viva la memoria e il ricordo della Shoah”.

A Ferramonti il Giorno della memoria s’illumina da solo, proprio grazie all’identità di un luogo. I ragazzi che calavano disordinati al mattino dai bus scolastici hanno riavvolto la caciara e se ne stanno lì, in silenzio, ad ascoltare Haim Farkas: il racconto del bambino imbarcato sul Pentcho, il battello che nel maggio del 1940 lasciò Bratislava per raggiungere, via Danubio, la Palestina e che invece si arenò su un isolotto dell’Egeo. La storia del bambino deportato, dopo quasi due anni trascorsi a Rodi, a Ferramonti. Solo perché era ebreo. E ora quel vecchio bambino è lì in piedi, davanti ad altri bambini, solo perché sappiano. Solo perché ricordino.

(Video in abbonamento)

di Mario Piccirillo

27 gennaio 2015

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