Turchia, fino a 8 anni di carcere per i giornalisti di 'Cumhuriyet'

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Turchia, fino a 10 anni di carcere per i giornalisti di ‘Cumhuriyet’

ROMA – Pesanti condanne sono state comminate in primo grado a 13 giornalisti e altri membri del personale di ‘Cumhuriyet’, giornale turco critico verso il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan. Il processo e’ iniziato martedi’ e sebbene la sentenza fosse stata fissata per domani, 27 aprile, e’ stata anticipata a ieri.  Tra gli altri, l’amministratore delegato Akin Atalay, il direttore Murat Sabuncu, il vignettista Musa Kart e diverse firme di punta sono stati condannati a scontare pene in carcere fino a otto anni. I membri dello staff di ‘Cumhuryet’ sono stati giudicati colpevoli di sostegno a organizzazioni considerate come terroristiche dal governo turco. Si tratta del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), dell’organizzazione marxista-leninista Fronte rivoluzionario di liberazione del popolo e di quella legata a Fetullah Gulen, il predicatore islamico accusato del fallito golpe del luglio 2016. Altri tre imputati sono stati assolti. La Turchia e’ classificata al 157esimo posto su 180 nell’Indice sulla liberta’ di stampa del 2018 redatto dall’organizzazione Reporters sans frontie’res. I giornalisti condannati ieri rimarranno in liberta’ vigilata fino alla eventuale conferma in appello della sentenza.

NAPOLI (FREE MEDIA): STATO DIRITTO È MORTO, UE CONDANNI

 

Dopo queste ultime 13 condanne ai giornalisti di ‘Cumhuriyet’, noi della rete degli osservatori internazionali lanciamo un appello al presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, affinche’ l’Ue prenda una posizione netta – cosa che finora non ha fatto – e ci conceda un incontro a Strasburgo. È evidente che qualcosa in Turchia si e’ rotto: lo Stato di diritto e’ morto”. Cosi’ all’agenzia DIRE Antonella Napoli, giornalista e attivista per i diritti umani, unica osservatrice italiana presente per conto di Fnsi e Articolo 21 al gruppo di associazioni internazionali che hanno aderito alla campagna ‘Free Turkey media’. Questi giornalisti ed esperti, in qualita’ di osservatori esterni, hanno seguito le varie fasi del processo a Istanbul contro i 18 dipendenti del quotidiano ‘Cumhuriyet’. Tra loro, Reporters sans frontieres (Rsf), International press institute (Ipi) e European Centre for Press and Media Freedom (Ecpmf).

“L’ Europa finora ha avuto reazioni blande di fronte a queste vicende – prosegue la giornalista – ma dopo i sei ergastoli ai giornalisti comminate a febbraio, e le 13 condanne di stanotte, l’Ue non puo’ piu’ restare in silenzio, e mai come adesso bisogna sostenere la stampa libera turca, o almeno cio’ che ne rimane”.
I giudici di Istanbul, riuniti in Camera di consiglio, intorno alla mezzanotte ora locale hanno deciso della sorte dei 18 imputati, tra cui giornalisti, collaboratori e dirigenti del quotidiano piu’ longevo del Paese: 13 le condanne, che vanno dai tre ai dieci anni di carcere. Tre le assoluzioni piene, mentre per gli ultimi due – l’ex direttore Can Dundar e il redattore Ilhan Tanir – e’ stato disposto lo stralcio, e saranno giudicati da un’altra Corte.

“Tra noi del gruppo degli osservatori c’e’ grande delusione” sottolinea Napoli. “Nel corso delle udienze (iniziate martedi’, ndr) era emerso ottimismo perche’ le accuse di partecipazione attiva alle organizzazioni terroriste erano state ridimensionate e addirittura declassate. Per questo tipo di reato la pena prevista arriva a 43 anni di reclusione. E invece, i giudici le hanno confermate, ma con condanne che non superano i 10 anni. E’ un paradosso. Ma d’altronde – osserva l’attivista – cio’ e’ avvenuto perche’ l’accusa si e’ basata solo sulla linea editoriale degli ‘articoli incriminati’. Non sono state presentate prove che dimostrino la partecipazione degli imputati ai gruppi terroristi. I giudici hanno usato testimonianze, che pero’ risultano contraddittorie”. Interessante notare secondo Napoli il caso del giornalista Ahmet Sik: “L’accusa e’ di aver collaborato col movimento terrorista di Gulen. Ma anni fa, fu condannato proprio per aver scritto un articolo in cui criticava questo chierico sciita, all’epoca alleato del presidente Erdogan. Ora, dovra’ scontare sette anni per il motivo opposto. Non ha senso”.

26 aprile 2018
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