Lazio

Statue e sarcofagi dal mare, arriva il sito sui marmi sommersi FOTO

ROMA –  La storia di Ulisse e del suo volto sfigurato, quelle del suo compagno con il busto corroso e delle ferite inferte a Nettuno. Il racconto di come i loro corpi scultorei abbiano perso l’originale bellezza parte dal mare, che per secoli ha nascosto statue, sarcofagi, pavimenti musivi e antiche strutture. Tutti tesori riemersi dai fondali italiani grazie agli interventi di archeologia subacquea che negli anni hanno restituito ai musei dei territori di provenienza i preziosi reperti. Attraverso ‘Restaurare sott’acqua’, il progetto dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro (Iscr) finanziato dal ministero dei Beni culturali (Mibact), gli esperti sono pronti a raccontare le storie dei ritrovamenti eccellenti, il loro stato di conservazione e le cause biologiche che li hanno danneggiati.

“Così, quando in un museo i visitatori osserveranno volti e corpi deturpati, sapranno che i responsabili sono stati microrganismi, spugne e molluschi con cui queste statue hanno vissuto per secoli”. E’ Barbara Davidde, archeologa che dirige il nucleo di Archeologia subacquea dell’Iscr, a raccontare all’agenzia Dire la nascita del portale scientifico www.marmisommersi.com, on line da oggi in italiano e in inglese. È qui che tutti gli appassionati, ma anche gli studiosi, troveranno informazioni e approfondimenti su ogni reperto riemerso dal mare.

“Dal 2001- spiega Davidde- l’Istituto è impegnato in campagne di restauro dei siti sommersi, in particolare a Torre Astura, a Nettuno, dove abbiamo eseguito il restauro delle peschiere di una villa romana, e a Baia, dove sono riemersi i manufatti ora esposti al Museo Archeologico dei Campi Flegrei e anche quelli conservati in situ nell’Area Marina protetta del Parco Sommerso di Baia, oltre ai resti rinvenuti a largo di San Pietro in Bevagna, a Taranto”.

Nella fase del restauro dei marmi sommersi, dice ancora l’archeologa, “è importante studiare a che cosa è dovuto il degrado dei manufatti. Per questo lavoriamo in stretta collaborazione con la Sezione di Biologia Marina dell’Iscr. È grazie al lavoro congiunto delle equipe che oggi gli esperti hanno a disposizione una classificazione di tutti gli organismi marini più pericolosi per la conservazione della pietra, del marmo e del calcare.

“Mentre il tufo riesce a sopportare meglio la loro presenza- spiega- la pietra e il marmo sono fortemente danneggiati dall’esposizione a questi organismi. Ecco perché lasciare un mosaico o una statua esposti sott’acqua senza protezione fa sì che vengano colonizzati da organismi che li degradano, in alcuni casi fino a far perdere la forma del manufatto”. E proprio dalla varietà degli organismi marini e dalla complessità del processo di degrado è nata l’idea di creare un portale dedicato alla vita dei manufatti subacquei, allo studio e alla diffusione della loro vita ‘sommersa’ e delle cause che hanno portato, in certi casi, al loro deterioramento. Altro obiettivo di marmisommersi.com, “sensibilizzare il grande pubblico e anche i visitatori subacquei alla protezione di questo patrimonio”, dice Davidde. Sì, perché il mare italiano “è ricco di reperti archeologici- aggiunge l’archeologa- e con questo sito speriamo via via di arricchire il database e aggiungere negli anni anche altri siti subacquei che presentano collezioni museali con reperti recuperati in mare, interessanti anche se meno belli, ma sempre sottoposti a fenomeni di biodeterioramento. Allo stato attuale, siamo gli unici al mondo a occuparsene, in quanto i biologi marini non hanno mai studiato il biodeterioramento di manufatti archeologici”.

Ma chi sono allora questi piccoli ospiti (non desiderati) dei marmi che ancora giacciono sui fondali marini? C’è l’alga verde endolitica Acetabularia acetabulum, il cianobatterio perforante Plectonema terebrans e poi la rara spugna calcarea Petrobiona massiliana e anche il ricoprente briozoo incrostante Schizoporella errata.

A raccontare la loro azione sui marmi antichi è Sandra Ricci, responsabile della sezione di Biologia Marina dell’Iscr: “I reperti archeologici, nel corso della loro vita sommersa, sono sottoposti sia alla crescita di organismi incrostanti, che modificano i volumi delle sculture e degli altri manufatti, sia allo sviluppo di microrganismi e organismi perforanti in grado di causare danni irreversibili. Le spugne endolitiche, per esempio, sono molto diffuse nei nostri mari e portano alla formazione di tante piccole cavità tondeggianti che, nell’insieme, rendono molto friabile il marmo e i materiali calcarei, molto usati in antichità, ma fortemente aggredibili- dice Ricci- Anche alcuni molluschi bivalvi, come Lithophaga lithophaga, nota come dattero di mare, determinano gravi danni ai manufatti lapidei sommersi scavando fori cilindrici di dimensioni ragguardevoli all’interno dei quali vivono tutta la loro vita”. Alcuni di questi organismi, prosegue l’esperta, “possono essere debellati modificando determinati fattori ambientali, come la luce e la temperatura, ma nella maggior parte dei casi la sola esposizione all’acqua rende il manufatto precario. L’unico modo- dice ancora Ricci- è cambiare drasticamente le condizioni microambientali, reinterrare il manufatto o ricoprirlo con materiali in grado di schermarne la superficie, come ad esempio i geotessuti”. Quando il materiale lapideo viene tirato fuori dall’acqua, queste forme biologiche muoiono immediatamente, spiega la biologa. E’ per questo che nei siti archeologici subacquei, qualora si vogliano esporre manufatti nel loro sito originario, vengono utilizzate delle copie. Gli originali recuperati sono invece al sicuro, proprio perché esposti all’ambiente terrestre. “Abbiamo pensato di presentare alcuni esempi di manufatti con evidenti tracce di degrado, che talvolta rendono quasi irriconoscibile l’opera, e di ‘usare’ la loro bruttezza per far conoscere a tutti il loro vissuto”, dice infine Ricci, che per il sito marmisommersi.com ha preparato delle schede che indicano il tipo di organismo, vegetale e animale, e le caratteristiche del loro biodeterioramento. Tutto on line da oggi su www.marmisommersi.com.

26 aprile 2016
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