Violenza di genere? Da Forlì un’operaia denuncia: basta tante parole, venite in fabbrica

BOLOGNA – Si fanno appelli a destra e a sinistra, si parla tanto di violenza sulle donne, dagli stupri alla violenza domestica allo stalking, si fanno convegni sulla condizione femminile, ma spesso c’è solo retorica. E si dimenticano tante altre forme di violenza sulle donne, “altrettanto profonde e purtroppo accettate se non promosse dalla stessa società”. A dirlo, proprio nel giorno in cui si celebra la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, è un’operaia dell’azienda Electrolux di Forlì, in Emilia-Romagna. Proprio oggi, Cinzia Colaprico, che è anche delegata rsu, ha sentito l’esigenza di prendere carta e penna per denunciare cosa vuole dire ancora oggi, per una donna, lavorare in fabbrica, tra turni massacranti e salari impari a quelli maschili. Lo ha fatto per far capire a tutti che la violenza ha tante forme, e che la retorica di queste giornate anti-violenza a chi, come lei, passa otto ore dentro una fabbrica, provoca solo “insofferenza”, perchè al di là di tante parole “nulla accade di concreto in questo Paese per rendere effettiva la tutela dalle tante forme di violenza di genere”.

lavoro impreseNella sua lettera (sotto la trovate in forma integrale), Cinzia scrive che “nella nostra società le violenze verso le donne assumono, come ieri, molteplici forme”. Poi entra nel vivo della sua realtà, quella di una grande azienda: “Nella fabbrica dove lavoro come operaia, una delle più grandi e apparentemente protette del territorio, le donne sono quelle che accusano i maggiori danni fisici per patologie da movimenti ripetuti o per sforzi da movimentazione carichi”. I dati sono “impietosi” ed la causa sono i ritmi di lavoro crescenti, l’alta ripetitività dei movimenti e le condizioni lavorative non adeguate alla struttura femminile.

Le fabbriche– denuncia Cinzia- sono pensate e costruite a misura d’uomo, inteso come genere”. E in questo anche il sindacato, secondo lei, sbaglia: “Quando sottoscrive accordi sull’aumento dei ritmi di lavoro fa una violenza di genere, infatti nelle linee di lavoro chi dovrà correre di più sono le donne”, nonostante la loro salute fosse già minata anche con i ritmi meno intensi. “Nelle linee di montaggio- racconta ancora Cinzia-, in larga prevalenza lavorano donne dove ogni 40 secondi si devono ripetere svariati movimenti di mani e braccia, cosi per 8 ore e 300 giorni anno”. E si chiede: “Questo agire consapevole contro la condizione di salute delle persone e delle donne in particolare non è una violenza del nostro tempo?”

lavoroUn altro tasto dolente è la disparità salariale, oltre che di progressione professionale: l’operaia punta il dito contro “politiche salariali aziendali dove per le donne le dinamiche o sono inesistenti o significativamente diverse”. Insomma, “la meritocrazia non è donna quando si tratta di pagarla”. Secondo Cinzia, questi sono “temi concreti che meriterebbero d’essere non solo indagati ma anche modificati”. Dovrebbero occuparsene “le consigliere di parità territoriali” o “i tanti livelli istituzionali che si occupano burocraticamente di questi temi”, ma questo non succede. Perché di fatto, al di là di qualche convegno, “nulla accade di concreto in questo Paese per rendere effettiva la tutela dalle tante forme di violenza di genere, fisica, psichica e sociale, perpetrate quotidianamente sulle donne”, è la sua conclusione amara.

Qui la sua lettera in versione integrale: La violenza e l’insofferenza

25 Nov 2015
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