Decreto Salvini, Minniti: “Mette una bomba a orologeria sotto la convivenza”

ROMA – Altro che decreto sicurezza. Per l’ex ministro dell’interno Minniti il provvedimento approvato ieri dal Consiglio dei Ministri va esattamente nella direzione opposta: “Passerà alla storia come decreto insicurezza“, dice a Circo Massimo, su Radio Capital.

Per il deputato dem ci sono due cose “particolarmente gravi”, “due mele avvelenate“: “Una è la cancellazione dei permessi umanitari. Era una via che consentiva un percorso di integrazione. Così si producono marginalità e clandestinità, che spesso portano a un aumento della propensione a delinquere. L’altra mela avvelenata”, continua Minniti, “è il depotenziamento degli sprar, che è catastrofico. Insieme alla cancellazione del decreto per le periferie sicure, ci dice che abbiamo accantonato la via dell’integrazione”. E avverte: “Altri paesi hanno fatto in anni passati come sta facendo l’Italia. A un certo punto si sono svegliati e hanno visto dei loro figli che facevano attentati nelle loro capitali. Con queste due scelte stiamo mettendo una bomba a orologeria sotto la nostra convivenza”.

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Minniti poi nega che le espulsioni siano state rese più semplici: “Non è vero perché non dipendono dalla legislazione italiana. Noi possiamo fare rimpatri solo se siamo in condizione di rimandarli nei paesi di provenienza, con un’attività diplomatica che da questo governo non vedo”. Con il decreto sicurezza, i beni delle mafie potranno essere venduti ai privati, un’altra misura che non convince l’ex ministro: “L’idea del Robin Hood alla rovescia che toglieva beni alle mafie per darli agli italiani è giusta e sacrosanta, ma se prendiamo quei beni e li diamo ai privati attraverso aste c’è il rischio che tornino alle mafie“.

Sul decreto Salvini sono stati sollevati dubbi di costituzionalità: “Temo che sarà travolto dai ricorsi“, dice il deputato del Pd. Ma il consenso per il governo continua ad aumentare: “Hanno sposato una strategia della tensione comunicativa. Penso che la rabbia e la paura siano due sentimenti e che la sinistra abbia sbagliato a non ascoltarle, ma il governo asseconda e alimenta tutto ciò, lo cavalca invece di lavorare per liberare la gente dalla rabbia e dalla paura”, riflette Minniti, che ammette gli errori fatti dal Pd: “Abbiamo lasciato sole queste persone, non abbiamo dato una risposta alla loro paura. Penso che la sinistra riformista debba stare accanto alle persone che hanno paura, che spesso sono i ceti più deboli della società. Se non ci parla la sinistra, chi ci deve parlare?”.

Un problema sollevato dal presidente della Campania De Luca, per cui nel Pd ci sono “degli imbecilli”: “Il problema non è essere più o meno imbecilli”, commenta Minniti, “ma comprendere che la sconfitta del 4 marzo chiede a sinistra una riflessione su quello che non ha funzionato. Per me abbiamo perso perché c’è stata rottura sentimentale con un pezzo grande del popolo italiano. E bisogna recuperare questa rottura sentimentale. Noi non dobbiamo parlare con l’Italia immaginaria che abbiamo nella testa, ma anche con l’Italia che non ci ha votato, per conquistarli a un’alternativa rispetto ai nazionalpopulisti. Altrimenti la partita è persa”.

Partita che si gioca contro un governo che vira a destra: “ll Movimento 5 Stelle è un’ancella di un governo fortemente e saldamente in mano della Lega: si è accodato, non riesce a tenere in campo la possibilità di indicare un’altra prospettiva. È un errore pensare che in questo governo convivano la destra e la sinistra. È ingenuo e politicamente infantile. E”, riflette Minniti, “il fatto che stiamo costruendo un rapporto strategico forte con l’Ungheria solleva inquietudine. L’idea che l’Italia possa slittare a est va contro la natura del nostro paese. Fare dell’Italia l’Ungheria del Mediterraneo è un drammatico errore”. Minniti chiude confermando che non si candiderà alla segreteria del Pd: “Spero che si convochi presto un congresso”, auspica, “Non dobbiamo discutere di cambiare il nome ma di politica. Dobbiamo rivoltare il Pd come un calzino, cambiarlo radicalmente. È più facile cambiare il nome che cambiare radicalmente il partito”.

25 settembre 2018
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