E’ realmente possibile oggi parlare bene di Roma?

libreria1Librerie che chiudono (50 in quattro anni), cinema che chiudono (42 in dieci anni), teatri storici chiusi o a rischio fallimento, centinaia di beni archeologici e architettonici non valorizzati. E’ desolante il quadro che emerge sulla cultura a Roma. Solo i musei civici hanno registrato, nell’ultimo anno, un significativo aumento di presenze, complice però l’apertura gratuita ai residenti la prima domenica del mese. In generale la qualità dell’offerta si è abbassata, le ‘grandi mostre’ sono sempre di meno e la tendenza è quella di andare sul sicuro riproponendo ciò che già ha riscosso successo (l’Impressionismo non manca mai). Il Macro, dopo il crollo degli anni passati, è in leggera ripresa, il Maxxi galleggia, ma le aspettative per entrambi i musei erano ben altre. L’unico vero punto di riferimento è l’Auditorium Parco della Musica, frequentato e osannato dai romani, che ogni anno incrementa le presenze e le vendite dei biglietti.

Come si è arrivati a questo punto? Le cause sono molteplici: la crisi economica, il caro affitti, la mancanza di investimenti. Il motivo principale, però, resta uno: la convinzione della classe politica (e di una parte della società civile) che la cultura non sia un priorità. Non è un caso se Roma, nelle classifiche delle capitali europee, sia sempre relegata agli ultimi posti. E non è un caso se l’ultimo assessore alla Cultura che Roma ricordi è Gianni Borgna, che dal 1993 al 2006, sotto le giunte Rutelli e Veltroni, fu capace di rivitalizzare una città in declino e di infondere nei cittadini la voglia di essere protagonisti. Scomparso lo scorso anno, Borgna raccontò così la sua esperienza: “Quando cominciai, la città era spenta, una tabula rasa dopo i colpi di Tangentopoli che avevano spazzato via ogni tipo di continuità amministrativa. Ricordo di essermi rimboccato le maniche pensando: è tutto da ricostruire”. Per certi versi oggi la situazione è la stessa. Roma soffre della mancanza di un progetto culturale di ampio respiro, condiviso dalle istituzioni, in cui i cittadini possano riconoscersi. Finchè mancherà la volontà politica, l’unità d’intenti e finchè non si comprenderà che la cultura è ricchezza e benessere, le cose non potranno che peggiorare.

La nostra analisi del panorama culturale della Capitale è divisa in due parti: la prima riguarda lo stato delle librerie, mai così in affanno; la seconda, che sarà pubblicata il prossimo venerdì, si occuperà della situazione di cinema, teatri e musei.

LIBRERIE – (1a parte)

Roma. Un chilometro e settecento metri. E’ la lunghezza che separa Piazza Venezia da Piazza del Popolo. Quante librerie ci sono in questo tragitto o nei paraggi? Due. Milano. Un chilometro e cinquecento metri. E’ la lunghezza che separa Piazza San Babila da Largo Cairoli. Quante librerie ci sono in questo tragitto o nei paraggi? Dieci. Torino. Un chilometro e cento metri. E’ la lunghezza che separa Piazza Carlo Felice da Piazza Castello. Quante librerie ci sono in questo tragitto o nei paraggi? Quattordici. Si obietterà: ma il centro di Roma è molto più grande, almeno il triplo di Milano e Torino. Sì, è vero. Ma se allarghiamo lo sguardo a tutto il centro storico della Capitale, le librerie che hanno chiuso in questi anni sono molte di più di quelle rimaste. A Milano alcune di quelle storiche sono state ristrutturate (Rizzoli, Feltrinelli) e ne sono arrivate di nuove (come Open, 1.000 metri quadri dove poter leggere, studiare e navigare gratuitamente, con servizio di ristorazione). Pochi giorni fa, a Brera, ha aperto Laboratorio Formentini, uno spazio messo a disposizione dal Comune per promuovere l’editoria libraria. Inoltre resiste a due passi dal Duomo la manifestazione ‘Vecchi libri in piazza’, che richiama una domenica al mese migliaia di appassionati di libri antichi, rari e fuori catalogo.

A Roma le librerie continuano a morire nell’indifferenza delle istituzioni. Pochi giorni fa ha chiuso uno dei luoghi più amati dai cittadini: Palazzo Incontro, in via dei Prefetti. Uno spazio polifunzionale che comprendeva la libreria Fandango, la caffetteria con sala per il brunch e il museo dedicato alle mostre di fotografia e fumetti. L’edificio è tornato in mano a Bnp Paribas, la banca che gestisce il fondo in cui sono confluiti gli immobili della Provincia di Roma. Comune e Regione sono intervenute? No. Il mantra è sempre lo stesso: “mancano i soldi”. Piccole o grandi, tutte non hanno avuto scampo: Amore e Psiche, Bibli, Croce, Flexi, Herder, Red Feltrinelli, Feltrinelli di via del Babuino, Messaggerie, Mondadori Trevi, Remainders, Arion Veneto, Giunti a piazza Santi Apostoli. I numeri sono impietosi: cinquanta chiusure negli ultimi quattro anni; oltre cento in dieci anni. Il Comune di Roma è stato uno spettatore complice, anche nel caso di ‘Pagine romane’, la fiera del libro usato e d’occasione andata in scena per due domeniche nel 2013 all’Esquilino e poi chiusa per sempre.

libreria2A Roma si mangia, non si legge. Lo stesso trattamento è stato riservato alle botteghe storiche, se consideriamo che ad esempio via dei Coronari, un tempo regno degli antiquari, conta oggi 72 locali su 120 di ristorazione. Le gelaterie, i fast food, i negozi di strada aumentano a dismisura. Ma Roma ha una peculiarità: è una città che partecipa. Quando si dà la possibilità ai romani di essere protagonisti della vita cittadina, la risposta è sempre positiva. Lo dimostrano i numeri del Festival delle Letterature a Massenzio (400 mila presenze dal 2002), della Fiera della piccola e media editoria (circa 55 mila presenze l’anno), di ‘Libri come’ (circa 30 mila presenze l’anno) e delle decine di manifestazioni più piccole che, con fatica, vengono organizzate in periferia.

Sarà quindi il Giubileo dei non lettori, ed è un peccato perchè le strutture ci sono. La Casa delle Letterature, a piazza dell’Orologio, è forse il luogo meno sfruttato della Capitale. Ogni tanto qualche presentazione, ogni tanto qualche mostra. Stop. Possibile? Un luogo così dovrebbe avere una programmazione quotidiana di alto livello, come avviene a Milano o a Torino con il Circolo dei Lettori, fatta anche di corsi, incontri con gli autori, gruppi di lettura, tecnologie, ristorazione. Le biblioteche sono lasciate ammuffire, a partire da quella Nazionale a Castro Pretorio che dispone di un anfiteatro all’aperto poco utilizzato. L’impressione è che manchi la volontà di aprirsi alle centinaia di realtà letterarie presenti nella Capitale, per mettere a disposizione degli spazi che i cittadini (e quest’anno anche i pellegrini) possano usufruire.

di Alessandro Melia 

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IL DIBATTITO E’ APERTO. SONO INTERVENUTI:

(Paolo Di Paolo, scrittore) – È difficile suggerire soluzioni. Sono prima di tutto un lettore, e naturalmente la chiusura di ogni libreria indipendente mi pare una perdita e una sconfitta. Alleggerire gli affitti per attività che vengono riconosciute di rilievo culturale può essere un passo concreto da fare? Me lo chiedo e lo chiedo. Quanto alla domanda se sia possibile o meno parlare bene di Roma – di Roma in campo culturale – be’, sì, se guardiamo a singole realtà. Il problema è che sono troppo ‘singole’, isolate. Ma il lavoro delle biblioteche comunali, per esempio, è straordinario. Mentre quelle più grandi e istituzionali sono lente, farraginose, spesso dormono completamente. Ho la sensazione che manchi un disegno di insieme, la volontà di tenere insieme gli spazi, di farli dialogare: librerie, biblioteche, associazioni culturali. Molti difendono piccoli poteri, posizioni, senza guardare molto in là. Se poi la città è in affanno su un piano politico, di trasporti, di sicurezza, è normale che quello culturale resti indietro. E mi dispiace anche un’altra cosa: che si continui a pensare a Roma perlopiù come a un museo. Se invece si lavorasse di più per mostrare a turisti (e ai pellegrini) e ai romani stessi che esiste una zona vitale, creativa della cultura nel presente, sarebbe un bel vantaggio.

(Nadia Terranova, scrittrice) – Vorrei aggiungere la tristissima chiusura della libreria per ragazzi dietro Piazza Venezia: era Melbook, poi Giunti, poi ha chiuso. Oggi a Roma ci sono diverse piccole realtà specializzate nel settore, perlopiù realtà di quartiere, ma quella – così grande, così centrale – venendo a mancare lascia un vuoto gigantesco. Come si può sperare che la realtà migliori se si cancellano spazi vitali per i lettori di domani? Una libreria come la Giannino Stoppani al centro di Bologna (tanto per dirne una), grande e aperta a tutti, è necessaria alla Capitale se le campagne di promozione della lettura vogliono avere un minimo di credibilità. Bambini e ragazzi devono avere spazi per scegliere le proprie letture in libertà e formarsi un’abitudine che li accompagnerà per tutta la vita. Magari con una sala con la letteratura per grandi (una sola, però!) per parcheggiare i genitori nell’attesa.

(Associazione Pagine Romane, librai dell’usato e antiquariato) – Tra i meriti dell’articolo c’è quello di aver messo il dito nella piaga. Sottoscriviamo l’analisi e proviamo, in qualità di una delle parti interessate, ad approfondirla e a muovere delle proposte. La nostra visuale è quella delle librerie dell’usato e dell’antiquariato, quella che si concentra su ciò che rimane di valido nella produzione libraria, mano a mano che il tempo fa giustizia della moda, dell’effimero e del contingente. Negli ultimi anni abbiamo visto molti nostri colleghi  chiudere la loro attività: una decina, su una platea di poco più di cinquanta realtà, non è cosa da poco. La situazione di chi resiste non è felice, perché assistiamo a una perdita media, negli ultimi 5 anni, superiore a un terzo dei fatturati consolidati nel periodo precedente: questa perdita ha messo tutti in una condizione generalizzata di fragilità. Ci siamo riuniti in un’Associazione, Pagine Romane (lo statuto: www.pagineromane.com), per contrastare insieme questa fragilità. Il nostro primo obiettivo è quello di costruire una fiera mensile di settore, perché riteniamo che non si debba contare sulle risorse che non ci sono, ma su quelle che abbiamo. La risorsa che non ci manca è la passione, ed è quella che muove anche il pubblico delle librerie. La fiera è, secondo noi, lo spazio migliore per una promozione efficace della lettura e il luogo ideale dove scoprire ancora con orgoglio la passione che ci anima: quella per il libro cartaceo d’occasione (per favorire una relazione culturale a chiunque, senza discriminazioni di tipo economico) o fuori catalogo (per assicurare una bibliodiversità, preziosa nella formazione di un intellettuale). Se l’esercizio della lettura appartiene alla sfera dell’intimità, la sua promozione ha carattere specificatamente sociale e questa socialità dovrebbe costruire alleanze tra librai, lettori, editori e biblioteche. Le istituzioni non possono più nascondersi dietro l’alibi delle risorse che non ci sono. Molto si può fare a costo zero, e non dovrebbero esserci alibi per non tentare tutto il possibile.

25 settembre 2015
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