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DIRE dire...tta

DIRE…tta da Berlino, guida semiseria di una città che credevo di odiare

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BOLOGNA – “Ti piacerà da morire. Vedrai”. E’ quello che mi dicevano tutti quelli che sapevano che stavo per andare a Berlino. Io dentro di me pensavo che era dura. Odio la lingua tedesca, immaginavo una città grigia, fiumi di gente con le Birkenstock. Bè, avevano ragione loro, i ‘tutti’. Di Berlino mi sono innamorata. E proverò a spiegarvi perché.

A me l’aereo terrorizza. Comincio a stare male giorni prima, entro in aeroporto pensando con angoscia al mondo che non vedrò più, e quando comincia il decollo di solito mi copro la testa con una felpa per non vedere niente e punto i piedi sul pavimento per frenare. Stavolta ho deciso che non voglio soffrire e sono ricorsa ai tranquillanti. Ecco, per chi ha la mia stessa fobia, li consiglio con tutta me stessa. All’andata addirittura a un certo punto l’aereo ha avuto uno scossone pazzesco, io serafica ho pensato ‘boh, saremo andati a sbattere contro qualcosa‘. Poi ho realizzato che di solito nei cieli non è che succedono i frontali, ho guardato fuori ed eravamo atterrati. E manco me ne ero accorta. Al ritorno avevo un ragazzo seduto vicino terrorizzato, e io da vera stronza strafottente gli sorridevo con aria di superiorità. Insomma, il volo è andato benissimo.

La prima sorpresa, sbarcata a Berlino, è stata la metro che dall’aeroporto di Schonefeld (quello per i voli low cost, ma pare che nel 2017, a fine lavori, diventerà l’unico e solo) porta al centro città. Quasi un’ora senza aria condizionata, e da quello che vedo non mi sembra ci sia un guasto: proprio non è prevista. Ok, forse in Germania non ci sono le nostre temperature, ma il 10 luglio 2016 fa davvero un caldo bestia. E tutti sudano in silenzio (in effetti, non mi è mai capitato neanche nei giorni successivi di beccare una metro con l’aria condizionata).

La nostra casa prenotata su Airbnb si trova nel Prenzlauer Berg. Non mi poteva capitare un quartiere migliore. Ed è anche per questo che mi sono innamorata di Berlino. Per descriverlo userò le parole di un mio amico che, senza che glielo dicessi, aveva indovinato la zona che avevo scelto: “Non avevo dubbi. Perché tu vuoi fare la maraglia, ma sei raffinatissima”. Grazie, Daniele. E il Prenzlauer è esattamente così: fa finta di essere maraglio (che in bolognese significa tamarro), ma in realtà è raffinatissimo.

berlino4La nostra padrona di casa ha lasciato le chiavi a Osman, un turco che gestisce un negozio di generi alimentari. Lì i piccoli negozi di alimentari sono gestiti quasi esclusivamente da turchi, come succede a Bologna coi pakistani (che poi pakistani non sono) (solo che a Berlino possono vendere le birre fredde, e qui a Bologna no). Osman non capisce un cavolo di inglese, noi niente di turco, ma intuiamo che lui non è convinto della nostra conoscenza di Grace, la padrona di casa. Noi pronunciamo Greis, ed è questo che lo fa contrariare. Perché alla fine di un lungo interrogatorio in cui nessuno capiva l’altro scopriamo che si pronuncia Greisi e questo dettaglio l’aveva mandato fuori di testa nel mondo del sospetto. Finalmente ci molla ‘ste chiavi. Entriamo in casa e cosa c’è ad attendermi in corridoio? Una statuetta di carlina color argento, e per me che ho lasciato la mia carlina vera a Bologna è subito amore per l’appartamento. Qui i carlini si chiamano mops, e scoprirò ben presto che sono tra i cani più diffusi in città. Tra l’altro quasi tutti i quattrozampe vanno a spasso senza guinzaglio. E la città è piena di cestini per i loro bisogni e per i mozziconi di sigaretta: non buttateli per terra, mi raccomando.

berlino3Scopriamo anche ben presto che il nostro mazzo di chiavi (composto di soli due elementi) è assai particolare. La seconda chiave non capiremo mai a cosa serva, ma la prima apre portone, porta di casa e cancello in cui si trova l’isola della raccolta differenziata. Ci chiediamo se possiamo anche aprire le case dei nostri vicini, ma sicuramente non ci proveremo mai col nostro dirimpettaio (in realtà si tratta di un sistema sicurissimo, dormite sereni).

La prima sera siamo stanchissimi (io mi sono svegliata all’alba per fare la valigia, fedele al principio ‘perché fare le cose per tempo quando puoi ridurti all’ultimo momento’) e decidiamo di restare in zona per mangiare qualcosa e soprattutto guardare la finale degli Europei. Ci troviamo al caffè Rhino (Rhinower strasse, 5) che più che un locale sembra un grande appartamento all’aperto. Gestito da due ragazze, per me sorelle ma non lo sapremo mai (o sì? Qualcuno sa rispondere?), ti mettono subito a loro agio e sono disponibili a farti qualcosa da mangiare anche se la cucina chiude alle 19 (!!!!). Man mano arrivano amici, fidanzati, figli delle due proprietarie, sembra appunto di stare a casa loro. Insomma, un’atmosfera davvero molto accogliente (e panini buonissimi).

Peraltro le ragazze del Caffè Rhino sanno l’inglese, e ho scoperto che è una cosa tutt’altro che scontata a Berlino. Mai avrei pensato di avere così tanta difficoltà con l’inglese. Anche se mi è venuto il dubbio che un po’ lo facciano apposta. Quindi consiglio di imparare i vocaboli base in tedesco, perché apprezzano molto se ti sforzi di parlare la loro ‘facile’ lingua e a quel punto sono disposti anche loro a sforzarsi di parlare in inglese.

Una parola che vi sentirete ripetere in continuazione quando uscite da un negozio o da un locale è qualcosa che suona come ‘ciuuuuus‘ (si scrive tschuss). Non è un’alternativa al ‘ciiiis’ per le foto (anche se, pensateci, ciuuuus va benissimo per quei selfie con bocca a culo di gallina che vanno tanto), ma è un modo colloquiale e giovanile per accomiatarsi.

Per dire, sempre a proposito dell’inglese. Io capisco che la signora del supermarket in puro stile post sovietico sotto casa non lo sappia, e quando cerco di spiegarle che voglio quella cosa dolce che si mette nel caffè (visto che ignora cosa voglia dire sugar) mi urla ‘ZUCHR’ come se mi stesse mandando a quel paese. Ma che la ragazza alla reception del museo di Pergamo (attenzione, uno dei musei archeologici più famosi al mondo, non parliamo del cinema di Manfredonia) mi risponda in tedesco a una domanda in inglese, ecco, questa è una cosa che mi irrita talmente tanto che le rido in faccia per il nervosismo. E sempre al Pergamo (che nonostante tutto consiglio di visitare, anche se ci sono dei lavori in corso e l’altare di Pergamo al momento è chiuso al pubblico) pure la descrizione delle opere a volte è solo in tedesco.

berlino10Il Pergamo è l’unico museo ‘tradizionale’ che abbiamo visitato (si trova nell’Isola dei musei al Mitte, che vale da sola una passeggiata anche senza entrare a vedere nessuna esposizione). Ma abbiamo trovato altri musei ‘alternativi’. Se, come me, siete appassionati di musica e di cinema, a Berlino ci sono delle tappe che non potete saltare. Innanzitutto il museo (con bar annesso) dei Ramones . (biglietto 3 euro, 6 con consumazione inclusa, inutile dirvi cosa vi consiglio).

berlino19Ho letto che è nato quando la fidanzata del fondatore gli intimò di liberare l’appartamento da tutti i cimeli del gruppo che aveva accumulato (spero che non stiano più insieme). È un museo piccolissimo, ma con vere perle. E sul muro del bar all’ingresso ci sono tutte le dediche delle star della musica passate di qua. Ammetto che quando ho letto quella di Eddie Vedder mi è scesa qualche lacrima. All’ingresso c’è scritto che quelli con shopping di Primark non possono entrare. Non so se sia vero, ma secondo me è meglio non mettere alla prova il proprietario.

Poi, ovviamente, ci sono tutti i luoghi della vita berlinese di David Bowie e del film Christiana F. Racconta Christiana che fu invitata alla prima del film e che la passò a prendere il Duca in persona per accompagnarla. Lei dovette farsi di coca per reggere l’emozione, ma quando lo vide rimase delusa: piccolo, scarno, così così. Christiana, fattelo dire in amicizia: ma levate. Comunque, Ziggy nostro abitava in Hauptstrasse, c’è chi dice al 155 chi al 157. Francamente non so risolvere il dubbio. Ma tutti sono concordi nel dire che nello stesso palazzo viveva anche Iggy Pop (vi immaginate le riunioni di condominio?). Andare sotto casa di Bowie è una delle poche cose per cui vale la pena fare un’incursione nella Berlino Ovest (brutta, brutta, brutta). Tra il 155 e il 157, poi, c’è il Cafè Neues Ufer, primo gay-bar della città e praticamente seconda casa di David. Noi ci siamo fermati a prendere una birra e abbiamo avuto a che fare con il proprietario dai modi squisiti. Si è offerto di chiamarci un taxi perché ha capito che da soli al telefono non saremmo mai riusciti a farci capire (i tassisti sono quasi tutti turchi. Già sudavo pensando a Osman).

berlino17E dove ci poteva portare il taxi se non al So36, il club preferito di Bowie?. Da vedere, assolutamente. Sì, posto alternativo. Ma a Berlino anche i posti alternativi hanno una loro ‘eleganza’. E il look delle ragazze berlinesi è veramente incredibile. Noi siamo capitati al So36 nella serata del mercatino delle pulci (lo fanno una volta al mese), sono tornata a casa con tre vestiti meravigliosi spendendo addirittura 17 euro.

berlino2Nella stessa strada del So36 (che è piena di locali e di vita e di movimento, un po’ più ‘sporca’, se così si può dire, rispetto al glamour di Prenzlauer), al civico 162, c’è Max und Moritz. E’ un’ex mensa operaia molto caratteristica. All’ingresso ti accoglie un omone che ti chiede subito se hai prenotato. Tu rispondi no e lui fa una smorfia contrariata come a dire: non ce la farete mai. Tutta scena, non cascateci. Dopo un nanosecondo ti chiede da dove vieni, prende i menu nella tua lingua e ti trova un tavolo. Noi ordiniamo l’Hoppel-Poppel, un piatto che credo serva a sfamare un’intera fabbrica e dove c’è di tutto: carne, frittata, patate, pomodori, rape, insalata. L’altro omone che viene a prendere l’ordinazione ci informa, ridendo, che quello è un piatto da colazione. Io vorrei rispondergli che noi a colazione beviamo il cappuccino che loro bevono a cena, ma è troppo simpatico per fare polemica. Fatto sta che è buonissimo, l’Hoppel-Poppel.

berlino21Come detto, avevamo l’appartamento a Prenzlauer Berg, e lo consiglio davvero come quartiere. Un misto di alternativo e chic, pieno di locali, di movimento, di posti da scoprire. Noi eravamo in Gleimstrasse, ma se dovessi tornarci ora cercherei una casa in Kollwitzplatz, che mi ha davvero incantato. Anche perché ci sono due locali russi, uno di seguito all’altro, che vale la pena visitare. Il primo è il Bar Gagarin, dove abbiamo solo bevuto birra, e il secondo è Restaurant Pasternak, dove invece abbiamo pranzato (e bene). Servizio meraviglioso in entrambi (e wifi).

Una delle attrazioni del Prenzlauer è Kastanienallee, una via non particolarmente bella, ma dove trovate un bar dopo l’altro, alternati a negozi fashion e di vinili (sì, vinili). Tutte le guide vi parlano di questa strada, non dirò molto se non che DOVETE andare al Prater.

berlino26Praticamente sotto casa, invece, abbiamo scoperto il Raben Schwarz, che significa Corvo nero, un locale molto gotico, anche se la clientela è variegata, sottofondo musicale da dieci e lode. E soprattutto è un locale per fumatori (a Berlino la normativa è diversa dalla nostra, esistono anche locali SOLO per fumatori) e a certe temperature ti cambia la vita.

Sempre nel quartiere, precisamente in Schönhauser Allee 44b, si trova il Konnopke, poco più di un chiosco, ma pieno di storia. Dicono infatti che il Konnopke sia la più antica tavola calda di Berlino e soprattutto la detentrice della ricetta segreta del miglior currywurst, ovvero wurstel con curry, tabasco e ketchup. Ho letto che anche questo è un piatto che i tedeschi mangiano a colazione. No, credetemi: noi non ce la possiamo fare.

berlino14(Non solo punk a Berlino) I posti in cui era impossibile non commuoversi (ma questo immagino che chiunque vada a Berlino non può non vederli): porta di Brandeburgo, memoriale per gli ebrei, checkpoint Charlie (e impossibile non pensare a quell’incredibile 1989, a Tienanmen, a Chang che batte Lendl al Roland Garros, alla festa attorno al muro che cade). Una raccomandazione se avete figli o se siete sovrappensiero: non si gioca sui cubi del memoriale, non si salta dall’uno all’altro, non è bello manco usarli come panchina per mangiare. È una cosa che dà fastidio ai berlinesi, ma anche ai turisti. Parliamo di una sorta di labirinto costruito per ricordare gli ebrei assassinati d’Europa, un tema molto delicato per i tedeschi (guai a fare battute su questo, sareste davvero fuoriluogo): magari a non tutti scendono i lacrimoni come a me, però almeno si abbia rispetto.

Qualche consiglio random. A Berlino le piste ciclabili sono ovunque. Di solito occupano la parte esterna del marciapiede. Fate attenzione a non invaderle MAI. La tolleranza dei ciclisti berlinesi con i pedoni è pari a quella che abbiamo noi nei confronti dei ciclisti (zero). E pazienza se loro possono invadere serenamente il marciapiede senza che nessuno si lamenti (a parte me). I camerieri si aspettano la mancia, pari al 10% del conto: lasciatela. A Berlino, come in tutte le città del nord, non esistono le tapparelle. Di solito case e alberghi hanno tende oscuranti, ma non è detto (la nostra non le aveva). Quindi, se non riuscite a dormire con la luce portatevi una mascherina. Le prese di corrente sono quelle a due fori. Attrezzatevi.

Curiosità. Tra le tante cose che mi hanno colpito di Berlino, ci sono sicuramente i bagni dei locali. Sarà che mia madre mi ha insegnato fin da piccola che un posto si giudica dal bagno, ma, ecco, pare che a Berlino ci sia una gara a chi lo ha più bello. Quello del Gagarin, per esempio, ha tutto ciò che una donna vorrebbe trovare: trucchi, elastici per capelli, creme, lacche, struccanti. Al Raben Schwarz hai i gessetti a disposizione per lasciare il tuo messaggio sul muro (sì, anche io ho ceduto).

Siete a Berlino e vi viene nostalgia dell’Italia? Vi aiuto io, ‘don’t panic’. Grazie a Elisa, italiana trapiantata a Berlino da tanti anni (e non credo che tornerà in patria, pazienza Elisa, verrò a trovarti di nuovo). Nel Mitte, a pochi metri l’uno dall’altro (Rosenthalerstrasse) , ci sono due locali gestiti da italiani che vale la pena di visitare. Anche solo per parlare nella nostra lingua. Il primo è il Golden Circus, un negozio di vintage, ma non solo. Vestiti, scarpe, bigiotteria unica: fatemi sapere se riuscite a uscire senza aver comprato qualcosa, meritate un premio. Il secondo è il Muret la Barba: si mangia e soprattutto si beve un vero espresso. Ripeto: un vero espresso.

Concludo seriamente. Mentre ero a Berlino è arrivata la notizia della strage di Nizza. Ora che scrivo contiamo i morti di Monaco. Dobbiamo farci spaventare, chiuderci in casa? No, no e no. Forse dobbiamo essere un po’ più attenti, ma non possiamo cedere. Non abituiamoci, non facciamoci impaurire e non cediamo all’odio. Quando ero a Berlino, proprio il giorno in cui già si sapeva quanti erano i cadaveri che il pazzo di Nizza aveva lasciato sul Promenade, è successo questo. Sulla metro sale una famiglia musulmana, anche la bambina di manco dieci anni aveva il velo, solo la più piccolina era senza. Sono in cinque, un po’ imbranati, non sanno come reggersi nella calca. Io provo ad afferrare una delle donne, che a sua volta tiene uno dei bimbi. Una vecchina tedesca stringe a sè la più piccola del gruppo, che le sorride fiduciosa. Sorridiamo tutti guardandole. Dobbiamo credere che il mondo è questo, è soprattutto questo.

di Emilia Vitulano, giornalista professionista (e turista)

25 luglio 2016

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