A Bologna aumenta l'aborto farmacologico: 4 casi su 10 - DIRE.it

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A Bologna aumenta l’aborto farmacologico: 4 casi su 10

BOLOGNA – Cresce a Bologna il ricorso alla Ru486, la cosiddetta pillola abortiva. Nel 2016 quattro casi su dieci di interruzioni volontarie di gravidanza sono state fatte col metodo farmacologico. E il trend è in aumento, anche quest’anno.

Sono i dati forniti oggi dall’Ausl di Bologna in commissione Sanità in Comune.

In generale il tasso di abortività è in calo, anche se l’anno scorso a Bologna e provincia si sono conteggiate 1.033 interruzioni volontarie di gravidanza, contro le 969 del 2015.

Un lieve aumento dovuto, spiegano i funzionari dell’Ausl, più che altro a questioni organizzative: sono stati razionalizzati i punti dedicati all’Ivg (Maggiore, Porretta e Bentivoglio) e gli aborti farmacologici sono stati concentrati sul Maggiore, compresi i casi provenienti dal Policlinico Sant’Orsola.

In particolare, l’aborto con la Ru486 è in aumento. A Bologna nel 2016 era al 39,9% contro una media regionale del 24% e un dato nazionale fermo al 15%. Il trend anche per quest’anno è in aumento: si parla di circa 40 casi al mese dall’inizio del 2017 a oggi (205 in totale), a fronte di un calo degli aborti chirurgici.

Grazie all’aumento nell’uso della Ru486, infatti, sono diminuiti sia il numero sia i tempi di attesa degli aborti chirurgici, che nel 98% dei casi vengono fatti entro 14 giorni dalla certificazione di interruzione volontaria di gravidanza (che nel 70% dei casi avviene nei consultori).

Per quanto riguarda le obiezioni di coscienza, nei medici dei consultori la quota si aggira intorno al 44%, mentre tra gli ospedalieri è del 53%. Una percentuale che comunque “permette la continuità del servizio”, garantisce l’Ausl di Bologna.

Il 46% delle donne che abortiscono a Bologna sono di origini straniere, in lieve calo rispetto al 2015 (48%) e al 2014 (49%), ma sempre in quota maggiore rispetto alla media regionale (43,4%) e nazionale (31%).

Le nazionalità più frequenti sono rumena, albanese e marocchina.

Nel 32% dei casi, la donna che decide di interrompere la gravidanza ha già avuto un aborto in precedenza. Ed è netta, in questo caso, la differenza tra le italiane (24%) e le straniere (42%).

Nel 2016 era anche stato istituito un piccolo fondo da 5.000 euro per fornire contraccettivi, dopo un aborto, alle donne in difficoltà economica. Inoltre, esiste ancora una quota di donne che non è residente in regione ma che sceglie di abortire in Emilia-Romagna. A Bologna si parla del 9%, un dato dovuto sia agli studenti fuorisede sia al fatto la Ru486 viene somministrata in regime di Day hospital.

Negli ultimi anni a livello regionale si è ridotto il tasso di abortività, oggi al 7,4 per mille, in particolare tra le giovanissime (15-18 anni) e le ventenni. Nel 2015 si registrarono 179 aborti tra i minorenni, nella maggior parte dei casi (88%) studentesse italiane. Per 144 arrivò l’assenso dei genitori, nei restanti casi invece fu necessario l’intervento di un giudice. “Dopo 40 anni la legge 194 è ancora attualissima- sottolinea Simona Lembi, consigliera comunale Pd, che ha chiesto l’udienza conoscitiva di oggi- ma restano tre questioni aperte: le donne in condizioni di povertà o con bassi livelli di istruzione ricorrono di più all’interruzione di gravidanza; l’obiezione di coscienza, anche se qui per fortuna non c’è emergenza; la situazione dei consultori”.

di Andrea Sangermano, giornalista professionista

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25 maggio 2017
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