Africulturban, alternative hip hop per il nuovo Senegal

DAKAR (Senegal) – “Antonio Gramsci e le ideologie sono morte ma noi costruiamo servizio pubblico”: guarda dritto negli occhi Amadou Fall Ba, “artivist” di Africulturban, incubatore hip-hop e di “alternative possibili” nelle banlieue di Dakar. Siamo a Pikine, nella sede dell’associazione, al primo piano, affacciati su strade sterrate dove i ragazzini dribblano anche le buche.

“Presto avremo nuovi spazi di incontro e pure un ristorante, necessario perché bisogna autofinanziarsi” dice Fall Ba. “L’altra scommessa è il ‘Senegal Talents Campus’, che parte a dicembre: otto mesi di corsi per 200 ragazzi motivati e selezionati, in grafica e regia, informatica e musica digitale, lingue e montaggio video; poi, a chiusura dei due anni, coaching, autopromozione e lavoro”.

Il progetto è sostenuto dalla Heinrich Boll, la fondazione affiliata al Partito verde tedesco, una delle tante realtà internazionali a credere in Africulturban. Ma perché questa fiducia? Per capirlo bisogna tornare indietro, al 2006. Allora il rapper Matador, nome d’arte di Babacar Diagne, organizzò un concerto per raccogliere fondi per le comunità di Pikine rimaste senza casa dopo le alluvioni che avevano colpito Dakar.

 

In pochi anni, con feste di strada, breakdance, DJing e graffiti, Africulturban è divenuta antidoto all’esclusione sociale. Centinaia di ragazzi sono stati all’estero per corsi di formazione in music business o gestione del patrimonio culturale, e sono sempre tornati. “Emigrare non ci interessa”, sottolinea Fall Ba: “Vogliamo trasmettere un’indignazione positiva, che non si fermi alla denuncia della malafede dei politici”. Un impegno che ha portato anche a una sinergia con la Cooperazione italiana, con la realizzazione di interviste per ‘Foo Jem’, ‘Dove vai?’ in lingua wolof, un programma trasmesso in tutto il Senegal: a parlare sono i giovani che preferiscono costruirsi un’alternativa scommettendo sul proprio Paese.

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24 ottobre 2018
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