Spagna ’82. Storia e mito d’un mondiale di calcio

Al termine del campionato di calcio 1981-1982 – finito con la vittoria della Juventus sul filo di lana e con la condanna del Bologna alla serie B, nonostante le 9 reti del diciottenne astro nascente Roberto Mancini – contro ogni pronostico l’Italia guidata da Enzo Bearzot si aggiudicava il titolo mondiale in Spagna, terzo in assoluto dopo quelli del 1934 e 1938.

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A tutt’oggi, specie per un paio di generazioni, la vittoria del 1982 si situa più sul terreno della leggenda che su quello della storia, con la squadra campione del mondo iscritta di diritto nel pantheon degli eroi e dei miti nazionali, sportivi e non sportivi. Trentacinque anni dopo, a prenderla dalla leggenda e a riportarla nella storia riesce con indiscutibile efficacia Alberto Guasco, già ricercatore presso la Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna e ora docente di storia contemporanea presso la Unilink Campus University di Roma, nel suo volume Spagna ’82. Storia e mito d’un mondiale di calcio (Carocci 2016).

Che uno specialista di storia della chiesa si cimenti con la storia dello sport, campo che ha fatto e ancora fa storcere il naso a più d’un ambiente accademico, potrebbe indubbiamente stupire. Tuttavia, dalla prima all’ultima pagina, il libro cattura il lettore e non lo molla più, conducendolo in viaggio a sei dimensioni dentro l’universo del giugno-luglio 1982, attraverso capitoli tanto secchi (il mondiale giocato, raccontato, nazionalizzato, politicizzato, economico, mitizzato) quanto capaci d’esplorare tutte ricadute sociali e culturali dell’universo pallonaro.

Così, dal terreno di gioco si passa alla tribuna stampa e al percorso di conversione giornalistica, come scrive l’autore “dal crucefige all’osanna” (p. 14), al verbo di Bearzot. Così, dalle piazze d’Italia in festa ci si sposta al contesto internazionale, là dove “i venti di almeno tre guerre lambiscono le coste iberiche, contribuendo a condizionare il clima sportivo del mundial: alla cornice della guerra fredda (la partita Polonia-Urss combattuta sugli spalti a suon di striscioni è simbolo di quel clima “si aggiungono infatti, da aprile a giugno, il conflitto tra Argentina e Inghilterra per il possesso delle isole Falklanc-Malvinas e, a partire da giugno, l’attacco israeliano al Libano” (p. 87). Così, dal vortice degli interessi economici – i primi anni Ottanta sono il momento del passaggio al calcio business, cocktail di interessi istituzionali (la Fifa di Havelange), mediatici e di sponsorship (Adidas e Coca Cola) – si spazia verso i canali che hanno contribuito all’edificazione del mito del mundial, siano immagini (da Guttuso a Virzì), musica (da Morricone ai Rolling Stones) o letteratura (da Giudici a Mussapi).

Con la sua piacevole aria da album di famiglia – da Tardelli schiumante gioia al presidente della Repubblica Pertini irrefrenabile in tribuna – Spagna ’82, largamente nato tra biblioteche e poli culturali bolognesi (Archiginnasio, Istituto Parri, Sala Borsa), ha almeno tre pregi principali.

Il primo: grazie a un uso frizzante delle fonti – visive, scritte (dall’archivio Spadolini ai taccuini di Brera) e orali (spiccano le testimonianze dell’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni, del generale Mario Angioni, dell’arbitro di Italia-Brasile Abraham Klein, di Paolo Rossi e di Dino Zoff – il volume riesce ad andare molto al di là della vulgata e dalle (auto)rappresentazioni del successo spagnolo costantemente riproposte dai media.

Il secondo: restituire a pieno il tentativo di strumentalizzazione politica del successo mondiale messo in atto dall’allora classe dirigente della Repubblica. In un crescendo proverbialmente rossiniano, si assiste al goffo tentativo di cavalcare l’onda-mundial messo in atto dal presidente del Consiglio Spadolini, quindi a quello ben più efficace di Pertini, capace di assurgere al ruolo di primo tifoso e padre nobile della nazionale, e infine a quello di tutte le forze politiche e dai giornali di partito – da “Il Secolo d’Italia” a “L’Unità” – alacremente impegnati a piegare il successo di Bearzot e soci entro i parametri della propria visione del mondo.

Il terzo: saggio di storia della cultura a tutto tondo, il volume si fa apprezzare per il tono insieme ironico e imparziale – si vedano le pagine dedicate ai mai del tutto chiariti sospetti di combine sollevati sulla partita Italia-Camerun – e per una scrittura di grande scorrevolezza; capacità, quest’ultima, non sempre in dotazione agli storici di professione.

24 Giu 2016
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