Emilia Romagna

Posta a singhiozzo, il caso davanti alla Corte di Giustizia dell’UE

poste_italianeBOLOGNA – A decidere se la posta può arrivare a destinazione un giorno sì e uno no sarà la Corte di Giustizia dell’Unione europea.

E’ ai giudici che lavorano in Lussemburgo, infatti, che il Tar del Lazio ha disposto il rinvio pregiudiziale del ricorso contro la delibera dell’Authority sulle comunicazioni che autorizza Poste a fare le consegne della corrispondenza a giorni alterni.

In Emilia-Romagna il problema è molto sentito: a Parma e Piacenza si sono fermati fino a 50 quintali di corrispondenza, a Rimini nove, a Cattolica 800 chili; in totale, si è parlato di 150 quintali in giacenza nella regione. In Parlamento è stato perfino denunciato il caso di una “una lettera consegnata a pochi chilometri di distanza, anche 20 giorni dopo la spedizione”.

E lunedì, dopo due mesi di blocco degli straordinari, i postini sciopereranno con un corteo a Bologna. Ieri, però, è arrivato un segnale dal Governo. Il sottosegretario Antonio Giacomelli ha risposto a tre interrogazioni del deputato Pd Tiziano Arlotti e ad una della sua collega dem Marilena Fabbri, entrambi preoccupati per gli effetti delle consegne a singhiozzo. E’ stato proprio Giacomelli a spiegare che ora la partita si sposta in sede di Corte di giustizia europea. Nel frattempo, l’Agcom “ha assicurato che, nell’ambito della propria attività di vigilanza, curerà il monitoraggio degli eventuali effetti del modello di recapito a giorni alterni sulla qualità del servizio universale e, ove si riscontrino disagi o disservizi qualitativamente”, come nel caso specifico dell’Emilia-Romagna, “non in linea con gli standard previsti provvederà ad adottare i dovuti interventi”. Anche il ministero dello Sviluppo economico si è rimboccato le maniche per limitare i disagi dovuti ai piani di riorganizzazione di Poste.

Giacomelli ricorda che il ministero “è in più occasioni intervenuto affinché ogni intervento di Poste fosse preceduto da una fase di effettivo confronto con le Regioni e gli enti locali”. E questo ha fatto correggere il tiro a Poste sul riassetto degli sportelli.

Inoltre, nella definizione del nuovo contratto, per “evitare ove possibile l’attuazione del piano di rimodulazione e razionalizzazione degli sportelli”, si è ottenuto “di ribaltare la prospettiva sinora tenuta assumendo una vera e propria linea di politica industriale”.

In pratica, ora “la capillarità della presenza di Poste non debba essere considerata più un peso o un onere bensì un asset strategico, un valore: dunque ogni chiusura, per quanto giustificata e dentro le regole del servizio universale, impoverirebbe un asset della società”, chiarisce Giacomelli. Quindi prima di chiudere un ufficio o uno sportello, Poste dovrà “ricercare e valutare prioritariamente ogni possibilità di potenziamento complessivo dei servizi, anche attraverso accordi con Regioni ed enti locali”; il taglio dei servizi va “confinato come estrema ratio dopo aver considerato le alternative”.

Inoltre, “nella logica del potenziamento e di una maggiore efficienza dei servizi”, Poste “dovrà valutare il rapporto costi-ricavi non sulla base del singolo ufficio postale, ma in un ambito territoriale più ampio fino anche, ad esempio, a coprire una scala regionale”. E prima di cancellare un suo presidio deve considerare “iniziative proposte da enti e istituzioni locali in grado di aumentare la redditività della rete degli uffici”.

Per sollecitare questo dialogo, a inizio marzo, il ministero ha invitato i presidenti di Regione ad aprire tavoli “affinché siano tutelati i diritti dei cittadini soprattutto nelle zone maggiormente svantaggiate”, conclude Giacomelli.

24 giugno 2016
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