“One love” chiamato Giamaica, dove il “no problem” è l’unica regola

Spiagge caraibiche, fiumi con i coccodrilli, foreste e marijuana un po' ovunque. Una filosofia della vita che non comprende l'affrettarsi. E Nine Miles, il paesino dove nacque (e creò) Bob Marley. Vi raccontiamo un po' di Giamaica
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BOLOGNA – Fondamentalmente, ci sono due modi per visitare la Giamaica: da ‘fatto’ e da sobrio. Ma anche il viaggiatore più morigerato dovrà fare i conti col fumo passivo, dato che in pratica tutti i giamaicani fanno un uso smodato di marijuana, anzi di ganja. Senza contare le degustazioni di rum all’Appleton Estate alle 10 di mattina, con bicchierate di alcol capaci di tagliare le gambe a chiunque. Qualunque sia la via che si sceglie di imboccare, la permanenza nell’isola può essere comunque parecchio piacevole.

“Ya ma’am”

Di certo, bisogna dimenticarsi di avere fretta, perché qui la fretta viene scoraggiata immediatamente: “Ya man”, “ya ma’am” ti dice il cameriere se chiedi un bicchiere, che poi arriva quando ti sei convinto a bere alla bottiglia. Partiamo col primo impatto: usciti dall’aeroporto di Montego Bay dopo una marea di ore di volo e di scali per fumarci una sigaretta (rollata con solo tabacco e riconoscibilissima come sigaretta) veniamo avvicinati da un poliziotto. “Siete in vacanza?“, ci apostrofa con una certa aggressività. “Si- rispondiamo- siamo appena arrivati”. E lui, serissimo: “Perché fumate?” “Perché abbiamo volato a lungo e ci va di fumare una sigaretta. Vede, è una sigaretta”, sottolineo. Insiste: “Ma siete stressati?” E l’ansia cresce: questo crederà che stiamo fumando mariujana, vorrà perquisirci e controllare i bagagli e ci farà perdere altro tempo. Ma lui: “Siete in vacanza e non siete stressati, quindi non dovete fumare“. E se ne va sghignazzando.

Una Giamaica indolente e tropicale

Questo, assieme a una serie di “ya, ma’am”, di fronte a richieste di acqua o cibo nei ristoranti e di informazioni in luoghi diversi- sempre accompagnate da attese interminabili- mi ha convinto che i giamaicani amano prendere in giro i turisti. Ciononostante, se il figlio di Cristoforo Colombo si fece regalare l’isola dai reali di Spagna e se uno scrittore come Ian Fleming, il padre di James Bond, decise di vivere e scrivere qui, una ragione c’è di sicuro. Ed è semplice: la Giamaica è indolente e tropicale, commerciale ma mistica, e sta a metà tra un luna park e un giardino botanico. E ha un gran bel mare.

Il bar più bello del mondo

Certo, non tutte le spiagge sono caraibiche nel senso più comune del termine, le più piccole e famose hanno l’ingresso a pagamento e la più lunga, la Seven Mile Beach, è piena di stabilimenti. Ma a Treasure Beach, dopo aver fatto un giro in barca nel Black River per vedere i coccodrilli, la stessa barca ti può portare in uno dei bar più belli del mondo, il Pelican. E’ una palafitta costruita su una secca in mezzo al mare, dove si può mangiare pesce fritto in vecchie padelle nere come la pece, oziando sotto il sole e bagnandosi nell’acqua turchese. Neanche un’ora lì e tra noi amici è scattata subito l’idea di una cordata per comprarlo. Abbiamo già in testa il piano, il menù, la carta dei cocktail e il trasporti per arrivare al Pelican.

Tra cascate e mercati

A Ocho Rios, che per noi è stata la prima tappa, ci sono le Dunn River Falls: anche qui l’ingresso si paga ed è salato, se arrivi all’ora sbagliata trovi una folla di turisti americani sui quali è tagliata un’animazione piuttosto invadente, ma scalare le cascate e infradiciarsi è divertentissimo. In paese c’è anche un mercato dove si trova di tutto, frutta sconosciuta, scarpe di pessima qualità, venditori che alle 4 del pomeriggio non si reggono in piedi per quanta marijuana hanno fumato e succinti e luccicanti abiti da donna appesi in stampelle che si allargano all’altezza delle terga, a imitare quelle prepotenti delle giamaicane. Un toccasana per l’autostima della donna mediterranea.
 
In zona c’è la James Bond Beach (Fleming viveva da queste parti), dove il turista pagante viene subito bollato con un braccialetto con su scritto “Non resident”, e dove è proibito portare cibo e bevande. Ma tanto c’è un bellissimo bar-ristorante in legno che serve anche gamberi e aragoste, oltre che cocktail e birra.

Port Antonio e la Blue Lagoon 

Al ritmo incessante di reggae, la tappa successiva è Port Antonio, dove ci sono due dei luoghi più belli che ho visto in Giamaica: la Blue Lagoon (facile indovinare a quale film si ispira il nome) e la Frenchman’s Cove Beach. Alla Lagoon si deve trattare coi barcaioli che ti portano alla minuscola Monkey Island, ma quell’acqua turchese, gli alberi che la sfiorano e le case che vi si affacciano sono una gioia per gli occhi. E quando ti ci tuffi, sarà banale, ma ti pare di essere in paradiso. Alla Frenchman’s ci arrivi facendo un pezzettino a piedi lungo il torrente che si getta in mare, tra palme, fiori e piante sconosciute e lussureggianti. E a lato della spiaggia, giusto per dare il colpo di grazia a chi è già innamorato di questo posto, c’è un’altalena attaccata a un ramo e sospesa sull’acqua.

Nine Miles e la ‘ganja’ al museo  

Un capitolo a parte lo merita Nine Miles, il paesino nell’interno dell’isola che ha dato i natali a uno dei due eroi nazionali, Bob Marley (l’altro è, manco a dirlo, Usain Bolt). Ci si arriva in auto con una stradina che si inerpica tra alberi, campi, villaggi con piccole scuole rurali, mini cimiteri di campagna. Appena parcheggi, vieni circondato da rasta che ti offrono canne, space cake e fiori essiccati di mariujana larghi due dita. E i clienti ci sono: la piccola casa dove Marley visse i suoi primi anni di vita è probabilmente l’unico museo al mondo dove i visitatori fumano liberamente ganja, nonostante il cartello all’ingresso dica che non è consentito, è pericoloso e se lo fai è a tuo rischio. Si pagano 25 dollari, si devono attraversare almeno due negozi di magliette e gadget di ogni genere, ma la visita ha un che di spirituale, anche da sobri. La guida, guarda caso rasta, che si chiama Crazy, ci racconta la storia di Bob come se fosse il messia e termina le frasi sorridendo e rafforzando ogni concetto col termine “rastafari”.

La pietra dove pensava Bob Marley

Dopo aver visto la casetta si “sale” a Zion, in realtà sono due passi. Ma è qui, annuncia Crazy, che c’è la pietra dove Bob Marley si sedeva per pensare, comporre, e fumare ganja. Per chi non se lo ricordasse, infatti, il cantante era di fede rastafari e per i rastafari la mariujana è parte della religione. Il Governo giamaicano concede loro di farne uso liberamente, mentre per il resto della popolazione è fuori legge. O meglio, il possesso fino a 56 grammi viene punito solo con una sanzione pecuniaria, chi ne ha di più va sul penale.
 
Tornando alla pietra, è lì sopra che Marley scrisse “No woman no cry”, assicura Crazy. Lì accanto c’è una specie di barbecue dove per il compleanno del cantante si cucina il cornmeal porridge, in omaggio a una strofa della stessa canzone. E poi l’ingresso alle tombe: quella della mamma Cedella Booker dove si entra senza scarpe, per rispetto, dice la guida. E quella di Bob, ci informa ancora Crazy, sepolto assieme alla sua chitarra Gibson, un pallone da calcio, la Bibbia e un buon quantitativo di ganja.
 
 

Cocktail e tuffi al Rick’s bar

Da qui si riparte, verso Negril. Un altro paio di bagni, un cocktail al tramonto al famosissimo Rick’s bar, mentre turisti e giamaicani si tuffano da una roccia di diversi metri infine la visita alla Appleton Estate per “assaggiare” il rum. E sempre a ritmo di reggae, accompagnato dai due refrain dei giamaicani, “Jamaica no problem” e “One love” (sì sempre di Marley), saluti l’isola per tornare nell’inverno europeo. 

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24 Gennaio 2019
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