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Tra uomini e donne ancora divario dei salari in Ue, Italia resta indietro INFOGRAFICA

ROMA – L’Italia è davanti a Francia, Germania e Regno Unito nella classifica sul divario di genere nelle retribuzioni. Lo conferma l’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), un documento complesso, con dentro mille variabili. E che, a saperlo leggere, non porta affatto buone notizie. Perché nei principali Paesi d’Europa il “gender gap” si riduce, e invece da noi aumenta. E perché dove il divario è minore il rischio di discriminazioni, paradossalmente, è maggiore. I dati, anzitutto.

Secondo lo studio, in Italia il divario di genere nelle retribuzioni è del 6,1 per cento, a conferma di una crescita che nel medio periodo continua: nel 2006 il dato era del 4,4, nel 2010 del 5,1.

Negli altri Paesi d’Europa la tendenza è opposta, all’insegna della riduzione, anche forte: in cinque anni, in Germania si è passati dal 22,7 al 18,6, in Gran Bretagna dal 24,3 al 18,3.

“Le variazioni da Paese a Paese nella paga oraria media sono estreme” spiega alla DIRE Patrick Belser. È l’economista che ha firmato il rapporto. Numeri alla mano, mette in guardia: “I divari di genere sono difficili da interpretare se non sono analizzati; vanno tenute in conto caratteristiche personali differenti, a cominciare da età e livello di istruzione, ma anche la prevalenza delle donne in determinate occupazioni o la loro partecipazione al mercato”.

Elementi centrali, sottolinea Rosalia Vazquez-Alvarez, la ricercatrice dell’Ilo che ha elaborato i dati italiani: “Nel 2012 il confronto tra uomini e donne con il loro ‘gemello’, con lo stesso capitale umano, aveva rivelato un divario del 18 per cento”. Come dire che se si guarda da vicino le differenze sono più marcate.

Ne è convinta Maria Laura Di Tommaso, professoressa dell’Università di Torino, autrice di uno studio sul “gender gap” presentato in occasione dei 90 anni dell’Istat. “Il divario nelle retribuzioni può nascondere vari aspetti del mercato del lavoro” spiega alla DIRE: “Il primo riguarda la partecipazione femminile, che in Italia è tra le più basse in Europa”. Nel nostro Paese la percentuale delle donne che lavorano o cercano un impiego è ferma al 54 per cento. In Germania il dato è del 73,6 per cento, in Gran Bretagna del 71,3. “Se entrassero nel mercato le donne che ora non si mettono in gioco avrebbero salari più bassi e il ‘gap’ aumenterebbe, anche del 40 o del 50 per cento” sottolinea Di Tommaso. Convinta che per capire sia necessario introdurre almeno due categorie. La prima è “selezione positiva”, cioè l’accesso privilegiato al mercato delle più istruite e meglio retribuite. La seconda è “segregazione occupazionale”, la prevalenza di genere in determinati settori.

In Italia un esempio è il settore pubblico, che impiega il 35 per cento delle lavoratrici, a fronte di un dato che per i maschi non supera il 24. Lo squilibrio sale restringendo il campo alla scuola, con le insegnanti e le dipendenti che costituiscono addirittura i tre quarti del personale. “Il blocco prolungato degli stipendi degli statali ha determinato un incremento del divario di genere nelle retribuzioni” sottolinea Di Tommaso in riferimento alle misure varate nel 2010: “Nel valutare politiche di austerity bisognerebbe tener conto delle loro conseguenze sociali”.

Una chiave di lettura da applicare alla politica in generale. “Sul Jobs Act non è stata ancora fatta una ricerca ad hoc”, sottolinea la professoressa, “ma se davvero ha aiutato i precari a trovare un lavoro più stabile, allora ha aiutato anche le donne, concentrate nei settori deboli dove part-time e contratti a termine sono più diffusi”. Secondo Eurostat, le donne impiegate a tempo parziale sono 32 donne su cento, mentre il dato maschile è dell’8 per cento.

“Tendono a lavorare in occupazioni con orari più brevi e sono meno propense a fare straordinari” spiega alla DIRE Daniela Piazzalunga, esperta di “gender gap”, intervenuta di recente su Lavoce.info. “Spesso la scelta è determinata dal fatto che la gestione dei figli e le incombenze domestiche ricadono quasi esclusivamente sulle loro spalle: le donne spendono per lavoro non pagato oltre 300 minuti al giorno, mentre gli uomini solo cento”. E allora, che fare? Secondo Piazzalunga, “servono politiche in grado di stimolare la partecipazione femminile, facilitare la conciliazione famiglia-lavoro e incrementare i servizi per l’infanzia”. Magari senza perdere di vista il divario di genere nei salari, come sta provando a fare la Germania. Socialdemocratici e cristiano-democratici, pilastri del governo di Angela Merkel, hanno trovato un accordo su una proposta di legge che imporrebbe alla imprese con oltre 200 dipendenti di dichiarare e motivare le differenze retributive tra uomini e donne. Non sarebbe l’obbligo di pagare le stesse cifre, ma 14 milioni di lavoratori acquisirebbero almeno il diritto di essere informati.

di Vincenzo Giardina, giornalista

24 gennaio 2017

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