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Il disastro delle acciaierie di Piombino, la Fiom plaude alla cacciata dell’algerino Rebrab

collage_piombinoFIRENZE – “Sono stufo di essere preso in giro”. Con queste parole lunedì il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha posto la parola fine alla telenovela dell’imprenditore algerino Issad Rebrab nel rilancio del polo siderurgico di Piombino.

Ha dato avvio all’azione legale per risolvere il contratto ed estrometterlo dalla gestione delle acciaierie ex Lucchini. Dopo tre anni il rilancio industriale è rimasto una delle tante promesse non mantenute. Esattamente come l’impegno a trovare un partner internazionale solido e a garantire la laminazione dell’acciaio.

In questo lasso temporale migliaia di lavoratori sono passati dalla speranza allo sconforto.

Al punto da desiderare, ormai esasperati, una sola cosa: la cacciata di quello che era stato descritto come il salvatore arrivato dall’altra sponda del Mediterraneo.

“La sua estromissione? È un fatto positivo, un passo avanti- spiega alla ‘Dire’ Davide Romagnani, segretario della Fiom di Piombino-. Questo imprenditore è stato capace in 30 mesi soltanto di fermare le linee di produzione. Pertanto, rescindere il contratto è un progresso, anche se non vuol dire che non sia preoccupato per il futuro”.

Una precisazione necessaria, dal momento che all’azione legale del ministero dello Sviluppo potrebbe far seguito una reazione dello stesso Rebrab. Il tribunale di Livorno, da un lato, può dare ragione a Calenda, e porre fine al rapporto contrattuale. L’imprenditore, a sua volta, però, avrebbe in mano la carta delle impugnative, cioè dei ricorsi. Trascinando la questione per mesi. Proprio per questo, i lavoratori di Piombino che, sempre lunedì, hanno consegnato una lettera al ministro per ottenere la liquidazione di Rebrab, nel prossimo incontro garantiscono altrettanta franchezza: “A Calenda chiederemo quali atti verranno messi in campo per estrometterlo definitivamente- conferma Romagnani-, e anche come creare le condizioni affinché nuovi imprenditori, che già ci sono, si presentino e quale copertura sarà assicurata ai lavoratori”. La strada alternativa ha un nome preciso: gli indiani di Jindal Steel.

“Hanno manifestato un interesse verso Piombino- ricorda il sindacalista-. Del resto, l’acciaio sta vivendo una fase favorevole e una prospettiva interessante esiste anche in Europa”.

Resta da capire come muoversi qualora Rebrab dovesse esperire ogni tentativo, in sede legale, per conservare il controllo sulle acciaierie. “Registro che a Taranto, anche se lì ci sono state delle procedure ambientali e l’intervento della magistratura, il ministero ha compiuto degli espropri e comminato una sanzione da 1 miliardo di euro- evidenzia Romagnani-. Gli atti ci possono essere, ma confido nel buon senso delle persone. Rebrab, anziché perdere tutti i 100 milioni investiti, e seguire la logica di ‘muoia Sansone con tutti i filistei’, preferirà recuperarne almeno una parte”.

Indubbiamente, questo era l’esito meno atteso tre anni fa quando le istituzioni scesero in campo per il rilancio industriale. Il 2 dicembre 2014, due giorni prima dello spartiacque del referendum costituzionale, fu lo stesso presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a volare ad Algeri per elogiare la “proposta importante” avanzata da Cevital, la società di Rebrab, per il polo siderurgico: “Avevamo preso un impegno per Piombino e lo abbiamo mantenuto”, dichiarò in quella circostanza. Sembrò la svolta, la strada verso l’uscita dagli anni dell’amministrazione straordinaria. Ma le cose si sono messe male pochi mesi dopo: a fronte degli iniziali investimenti sul capitale e sugli impianti, l’imprenditore algerino ha dovuto affrontare dissidi col governo del proprio Paese e l’impossibilità di utilizzare i propri capitali fuori dai confini nazionali. Una carenza che ha portato ad accumulare ritardi su ritardi nella riattivazione della laminazione delle rotaie, una parte essenziale del core business di Piombino, e nell’acquisizione del forno elettrico. Dopo mesi di trattative, nell’estate di quest’anno, è arrivato l’addendum contrattuale con le nuove promesse sul piano industriale e sull’attrazione di nuovi investitori. Con lo stesso esito. Stavolta, tuttavia, Carlo Calenda ha preferito premere il tasto del game over.

di Carlandrea Adam Poli, giornalista professionista

23 novembre 2017

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