San Marino

Consiglio parifica insegnanti di religione ai colleghi

CGG-aulaSAN MARINO – Le decisioni del vescovo continueranno a influenzare, almeno in parte, la scelta sugli insegnanti di religione di San Marino. Ma la situazione dei diretti interessati, finora soggetti a condizioni diverse rispetto ai colleghi delle altre materie, andranno ad allinearsi a quelle degli altri docenti. La novità è stata introdotta oggi pomeriggio con il via libera, da parte del Consiglio grande e generale, al progetto di legge sul “Trattamento economico e normativo relativo al personale incaricato per l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole”, approvato con 26 voti a favore e 21 contrari.

La necessità è quella “di uniformare il trattamento normativo ed economico degli insegnanti di religione che prestano servizio nelle scuole di San Marino a quello degli altri insegnanti”, esordisce in Aula la relatrice di maggioranza, Mariella Mularoni, dai banchi del Pdcs. Questi docenti “non sono titolari di contratti di lavoro a tempo indeterminato, bensì di incarichi conferiti loro annualmente, previo benestare della curia vescovile”, spiega la scudocrociata. Ciò, in sintesi, “impedisce di riconoscere loro istituti quali l’anzianità di servizio e conseguentemente gli scatti d’anzianità e le indennità di funzione proprie dei colleghi insegnanti di altre discipline”.

Prendendo la parola, il relatore di minoranza Franco Santi, in quota Civico 10, va subito al punto e attacca: “Non ci sarebbe nulla di cui obiettare se non fosse per un aspetto assolutamente non secondario”, cioè che “gli insegnanti di religione, chiamati da una graduatoria pubblica riservata, pagati e messi sotto contratto dalla Pa, vengono ancora oggi scelti e potenzialmente licenziati dalla Curia”, che “mantiene ferreo il proprio controllo sul personale assunto nelle scuole pubbliche da pubblica graduatoria con contratto pubblico e con stipendio pagato dalla collettività”. Il nodo, prosegue il consigliere, “continua a essere il privilegio, concesso alla Curia, di decidere chi può e chi non può accedere all’insegnamento della religione, in deroga alle norme generali che regolamentano le assunzioni e gli incarichi presso le nostre scuole”. Quindi la provocazione: “Si vogliono eliminare le discriminazioni? Allora si elimini l’avallo del vescovo come requisito per l’iscrizione alla graduatoria pubblica”.

Da parte sua il segretario di Stato all’Istruzione Giuseppe Morganti, ‘padre’ dell’iniziativa, si difende ricordando che “fino a oggi l’autorizzazione annuale da parte della Curia determinava il beneplacito per svolgere questa funzione, mentre oggi la nuova legge fa un salto da gigante su questo aspetto e parifica le possibilità di accesso all’insegnamento della religione nelle scuole per tutti, in modo che resti solo come ultima spiaggia una possibile revoca, l’unico fattore di diversità”. Dal suo partito, il Psd, Michele Muratori annuncia il suo voto favorevole ma puntualizza che “offrire la discrezionalità alla Curia sulla bontà dell’insegnante non lo ritengo necessario”. Mentre l’alleata di maggioranza Valeria Ciavatta, in Consiglio con Alleanza poppare, afferma che “sotto il profilo normativo il gap era già stato riempito”, visto che “gli insegnanti di religione sono trattati ugualmente per la maternità e rispetto agli istituti riconosciuti ad altri dipendenti”.

La “differenza- prosegue- è sotto il profilo retributivo, non è vergogna rivendicare stipendi uguali, ma si devono dire le cose come stanno”. Dall’opposizione si fa sentire quindi la voce di Roberto Ciavatta, pronto a rilevare che “per poter mirare agli stessi benefici e condizioni, ci devono essere le medesime condizioni di accesso”. Dopo l’intervento dell’esponente del movimento Rete è infine Francesca Michelotti a intervenire: gli interessati, polemizza il consigliere di Sinistra unita, “non sono dipendenti pubblici e vengono lasciati alla mercé di un vescovo che ha una facoltà di veto”.

Qui il resoconto integrale della seduta: Cgg_23novembre2

23 novembre 2015
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