E se la chemioterapia non fosse più necessaria?

BOLOGNA – Calare la tossicità per aumentare il numero di guarigioni nei pazienti affetti da leucemia, mieloma e linfomi. Questo è l’obiettivo, presentato in occasione della giornata nazionale per la lotta contro le leucemie promossa due giorni fa dall’Associazione Italiana contro le malattie del sangue (Ail), che stanno seguendo i ricercatori dell’Istituto di Ematologia e Oncologia medica ‘Seragnoli’ di Bologna. Quella che si sta cercando è una cura “totalmente chemio-free, dove il livello di tossicità nel sangue venga ridotto al minimo”, spiega Pierluigi Zinzani, medico ematologo esperto in linfonomi.

E’ stato verificato come “da adesso in poi potremo sentire parlare sempre di più di guarigione verso malattie che solo dieci anni fa sarebbero state incurabili– afferma Michele Cavo, direttore dell’Istituto- e quindi oggi deve essere una giornata di grande ottimismo”.

Se eliminare completamente la chemioterapia è l’obiettivo principale a lungo termine, ci sono altri passaggi intermedi sui quali si sta già lavorando come la ‘personalizzazione della terapia’.

“Oggi riusciamo già a destinare terapie simili a pazienti che presentano gli stessi problemi” e quindi “dove vogliamo arrivare?”, chiede Elena Zamagni, medico e ricercatrice dell’Istituto. La risposta è molteplice: “Prima di tutto alla vera ‘terapia di precisione’ esclusiva per ogni singolo paziente, che ora non abbiamo- continua Zamagni- secondo: riuscire a abbattere la malattia fino all’ultima cellula residua, così che non ci siano ricadute”.  

Al momento, il percorso di cura non è più quello classico “paziente-visita-terapia, ma facciamo una caratterizzazione genetica della malattia per creare una ‘medicina di precisione'”, afferma Antonio Curti, medico ricercatore esperto di leucemia.

Infatti, “il tema di quest’anno, presentato al più importante congresso di oncologia clinica che si svolge annualmente in America, è stata la ‘medicina di precisione’, ossia una terapia che unisce la farmacologia alla genomica (studio delle alterazioni dei geni nel Dna)”.

In questo modo, continua Curti, “si è arrivati allo sviluppo di farmaci di precisione, in grado di intercettare il meccanismo innescato dall’alterazione di uno o più geni così da poterli colpire”.

L’ematologo ha aggiunto che “la chemioterapia, nonostante per vent’anni sia stata la terapia più utilizzata, non è il massimo in quanto a tossicità” e ora “siamo in un momento in cui possiamo ridurre questo trattamento perchè studi hanno dimostrato che con queste nuove terapie possiamo uguagliare, se non superare questi risultati”.

La chemioterapia poi, si potrebbe usare anche come vaccino. Si potrebbe dare “un nuovo ruolo alla terapia rendendolo un attivatore della risposta immunitaria”. Potrebbero “essere somministrati farmaci che stimolino la risposta tumorale così da abituare il corpo a sconfiggerli”. Infatti, conclude Curti, “l’immunoterapia continua a essere la frontiera più avanzata di tutte le terapie”.

23 giugno 2018
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