Rosati: “Il partito riparta dall’idea di uguaglianza”

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ROMA – Una ‘sconfitta cocente’, conseguenza di ‘una serie di errori’ che da tempo accompagna il Partito democratico, romano e non solo, a partire dalla perdita delle ragioni per cui e’ nato: ‘Cambiare la societa’ e renderla più giusta’. Ecco perche’ hanno vinto i Cinque stelle, visti dai ‘romani feriti’ come ‘possibile alternativa’. Non fa sconti Antonio Rosati, esponente di lungo corso del Pd romano, che cita Norberto Bobbio – ‘Senza una tensione all’uguaglianza, una forza progressista si rivela inutile‘ – e sprona il suo partito ad aprire una grande fase congressuale romana fatta di presenza nei circoli e nelle sezioni, ‘quartiere per quartiere’. Con una suggestione che Rosati consegna direttamente nelle mani del premier, in vista del prossimo appuntamento con il referendum: ‘Renzi rifletta sull’Italicum, favorendo una legge imperniata su collegi uninominali ed evitando le preferenze uniche‘.

Il voto delle amministrative ha restituito al Partito democratico un forte ‘no’ da parte dei romani. Qual è la sua analisi?

‘E’ certamente una sconfitta cocente, vasta e profonda. In una città così grande e complessa, un risultato come questo non nasce in poco tempo, ma da una serie di errori che ci accompagnano. A partire dallo smarrimento dei gruppi dirigenti. Dopo Veltroni e Bettini, non abbiamo più avuto un punto di sintesi riconosciuto. Poi, il venire meno della candidatura a sindaco di Nicola Zingaretti ci ha portato per vari motivi a individuare in Marino, e con noi larga parte della città, la possibilità di uscire dal malgoverno e dal degrado lasciato da Alemanno. Abbiamo scelto una scorciatoia in cui il Pd mese dopo mese, giorno dopo giorno si alzava come una mongolfiera dai territori, dalla vita delle persone, dai sentimenti, diventando sempre di più comitati elettorali che magari fanno la felicità di qualche candidato, ma che fanno perdere al partito il senso più nobile per cui esistiamo: l’idea di un cambiamento verso una societa’ giusta e tesa all’uguaglianza. Naturalmente, quando la sconfitta è così profonda non c’è una sola ragione‘.

Quali sono state, allora, le ragioni più lampanti che hanno portato a questo risultato elettorale?

‘Per esempio, è del tutto evidente che quei gruppi dirigenti che a un certo punto fuggirono tutti in Parlamento hanno dato concretamente l’idea che questo partito in fondo sia un taxi per carriere più o meno facili. Tanto che siamo arrivati all’inevitabile commissariamento, arrivato quando è esplosa una vicenda gravissima, che ha segnato profondamente tutta la campagna elettorale: Mafia Capitale. Mai era avvenuto che tre nostri esponenti fossero arrestati. Di fatto, tra responsabilità più o meno diffuse intorno a questa vicenda, politicamente il degrado inizia con una opposizione finta ai tempi di Alemanno, a volte anche urlata la mattina per poi trovare consociativismo la sera: le 800-900 assunzioni all’Atac sono un esempio su tutti, perché non si può fare un numero così impressionante di assunzioni, di cui gran parte non necessarie, senza un consenso diffuso del principale partito di opposizione, che eravamo noi, e di gran parte del movimento sindacale. Questo ci ha fatto apparire tutti uguali. E anche la caduta traumatica della Giunta Marino si è tradotta semplicemente in un’idea di un partito in guerra permanente per il potere fine a se stesso‘.

Insomma, un sconfitta annunciata?

‘Quando tutto questo è diventato sentimento diffuso, era evidente che il risultato delle elezioni era già scritto, al di là della generosa e anche coraggiosa candidatura di Roberto Giachetti. Ma già nell’individuare lui, si faceva venire meno un pezzo importante di questa città. Ho sempre pensato che avremmo avuto bisogno di una candidatura non del Pd, ma della società civile, autorevole e accompagnata da un fronte larghissimo, dal mondo cattolico alla sinistra di Sel, che è sempre stata la ragione che ci ha fatto vincere in una città difficile, complessa, piena di nobiltà ma anche di conservazione e di resistenze. In questo quadro, i romani feriti hanno scelto una possibile alternativa nel Movimento cinque stelle’.

A proposito di commissariamento, Matteo Orfini ha annunciato che a ottobre ci sarà il congresso del Pd romano. Molti, però, chiedono le sue dimissioni.

‘Il commissariamento di Orfini era inevitabile ma credo anche che, al di là delle singole responsabilità, un gruppo dirigente, se ha un minimo di dignità, deve percepire che gli errori sono stati tanti. Adesso abbiamo bisogno di una stagione congressuale e con l’annuncio di Orfini questa stagione è aperta. Se è così, di fatto la sua funzione viene meno. Per quanto mi riguarda, credo che il congresso si debba già aprire. Indubbiamente, l’errore più grande di Orfini, che pure ha difeso strenuamente la Giunta Marino, è stato la chiusura traumatica di quell’esperienza con una decisione solitaria, senza aprire un conforto, anche aspro, una discussione di massa nei circoli, nelle associazioni, nel sindacato, nel mondo cattolico. Dovevamo discutere quella vicenda, invitando tutti a farlo con noi’.

E adesso da dove deve ripartire il Pd romano?

‘Dobbiamo ripartire da noi. Non mi rassegno all’idea che ci sono nel partito romano straordinarie energie, giovani ma non solo, piene di entusiasmo. È a loro che dobbiamo dare voce. E poi, bisogna ripartire da una grande discussione su questo voto. La fase congressuale non può durare tre giorni: non si esce da un voto come questo in poco tempo. Dobbiamo sapere che ci aspetta fatica. Ci vorranno anni per ricostruire. Ma mai cominciamo, e mai torneremo a essere quantomeno rispettati. Perchè oggi abbiamo smarrito il rispetto e la fiducia dei romani. Vogliamo fare un partito davvero democratico? E allora apriamo questa discussione, ristrutturiamo i nostri circoli, le nostre sezioni, quartiere per quartiere. E poi è tempo di mettere su una grande scuola di formazione e discussione politica, uno strumento al servizio della formazione permanente dei militanti del Pd. Uno strumento che possa diffondere anche le stesse parole da usare in campagna elettorale, gli stessi linguaggi. E poi, bisogna arrivare a un segretario o una segretaria, per tornare con il tempo a leggere la città e intercettare il suo malessere, i dolori e la rabbia di chi vive e lavora nelle periferie, che non sono tutte uguali’.

Queste sono state elezioni amministrative, ma un risultato così pesa anche sul partito nazionale. E tra poco ci sarà il referendum.

‘Questo voto consegna al Partito democratico un enorme problema con le nuove generazioni. Credo che Renzi sia stato un grande fattore di cambiamento. Non è un abusivo, ha vinto le primarie per diventare segretario legittimamente, e io sono tra quelli che lo hanno votato, perché la grandissima parte degli iscritti e dei militanti ha visto in lui la possibilità di continuare a essere uno strumento di cambiamento per una società più giusta, più nobile e più solidale. Sul terreno della solidarietà e di una nuova Europa Renzi sta facendo molto, ma c’è un grande assente nei suoi discorsi: la parola ‘uguaglianza’. La storia nobile della sinistra italiana, che ha fatto dell’Italia un Paese moderno e più giusto, nell’esigenza di cambiamento e nel bisogno di rispondere ai mercati, sembra dimenticare gli uomini e le donne in carne e ossa, che a malapena arrivano a fine mese. Il Partito democratico deve essere una grande forza di cambiamento, di lotta a tutte le rendite e alle disuguaglianze, di spinta all’equità e all’idea di uguaglianza. Sono queste le ragioni per cui è nato. Altrimenti non ha motivo di esistere. Come ci ricordava Bobbio, senza una tensione all’uguaglianza, una forza progressista si rivela inutile. A proposito del referendum, credo poi che Renzi debba riflettere sull’Italicum, favorendo una legge imperniata su collegi uninominali ed evitando le preferenze uniche che per una forza come la nostra sono l’anticamera dell’estinzione, perche’ le preferenze – lo abbiamo visto – impediscono la meritocrazia e portano a una lotta fratricida per il consenso senza peraltro legami con i territori’.

23 Giugno 2016
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