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Cina, l’economia rallenta e Pechino vara il ‘New Normal’

economia ripresaROMA – La Cina sta affrontando una profonda transizione economica, definita dalle stesse autorita’ cinesi “New Normal”, ossia di una ‘nuova normalita”, che riconosce il fatto che “il modello di crescita a doppia cifra che ha caratterizzato il Paese dagli anni ’80” non e’ piu’ pensabile: “Alla quantita’ bisogna sostituire la qualità”. Questo quanto emerge dalla settima edizione del Rapporto annuale ‘La Cina nel 2016. Scenari e prospettive per le imprese’, redatto dal Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina (CeSif), e presentato oggi al ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale.

Dopo le fluttuazioni della borsa di Shangai e Shenzen, che hanno messo in allarme tutti i mercati internazionali, e col Pil che non ha interrotto la sua discesa degli ultimi cinque anni, attestandosi al 6,9%, ora Pechino ufficializza il cambio di rotta col lancio del nuovo Piano quinquennale per il periodo 2016-2020. Il New Normal, come scrivono i relatori, “e’ il nuovo corso dell’economica cinese” che, consapevole di non potersi piu’ fondare “su lavoro a basso costo e interventi statali” per rilanciare il tessuto industriale, ha individuato nuovi obiettivi su cui lavorare.

Innanzitutto “puntare su un tasso di crescita del Pil ridotto, con un obiettivo fissato al 6,5% fino al 2020“, mettendo al centro la qualita’ fondata su “sostenibilita’” da un lato, e “prodotti tecnologicamente piu’ avanzati” dall’altro. Per il CeSif infatti “investimenti volti a beneficiare di costi del lavoro inferiori rispetto all’Europa e di standard ambientali non adeguati andranno incontro a difficolta’ crescenti”.

Altra manovra riguarda il freno agli investimenti pubblici: “quelli effettuati a seguito della crisi economica del 2008-2009 hanno generato una crisi da sovraccapacita’ ed alimentato il debito”, si legge ancora nel rapporto. Altro punto importante, il ridimensionamento dell’export: “il calo della domanda estera e la sua volatilita’ costringono la Cina a trovare fonti piu’ solide per la domanda di consumo”. In questo senso, aggiunge lo studio del CeSif, “e’ necessario penetrare in nuovi mercati interni” poiche’ l’impulso alla domanda domestica “consentira’ di sostituire il calo di quella estera”.

crisi_cinese_2015

Nel 2015 infatti l’interscambio cinese con il resto del mondo ha visto un calo dell’8%. L’export si e’ ridotto di 2,9 punti percentuali (pari a 2.274 miliardi di dollari); ma e’ l’import ad aver subito “un crollo rispetto ai dati del 2014”: -14,2%, equivalente a 1.681 miliardi di dollari, determinando un disavanzo di 592 miliardi. Tuttavia l’inflazione risulta sotto controllo, anzi in calo: dal 2.0% del 2014 all’1,4% del 2015.

Infine, piu’ servizi: “in questo percorso di innovazione la Cina sta ampliando la quota dei servizi, che rappresenta oggi il principale driver di crescita, col 50,5% del contributo al Pil per il 2015″. Questo implica un ridimensionamento del peso dell’industria. Tutto questo a fronte di nuove sfide per Pechino: accanto a un’economia globale debole, si aggiunge un prevedibile aumento dei costi di produzione, conseguenza della “transizione verso un modello piu’ sostenibile” e per via dell’aumento del costo del lavoro.

Altro obiettivo fissato da Pechino e’ infatti anche quello di aumentare sensibilmente il Pil procapite, anche per incentivare il consumo. La presentazione del report CiSef alla Farnesina e’ anche occasione per ribadire la volonta’ del Ministero degli Affari esteri “di sostenere un rapporto sinergico sia col settore privato che con le altre istituzioni italiane, come ad esempio il Mise (il ministero per lo Sviluppo economico)”, al fine di accompagnare “questo percorso di sviluppo”. Lo dice Elisabetta Belloni, Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

L’Ambasciatore Belloni ricorda quanto importante sia illustrare alle imprese questi dati economici, “sia per attrarre investimenti in Italia che per permettere alle nostre aziende di affacciarsi verso quel mercato”. D’altronde la Cina costituisce per l’Italia il terzo fornitore mondiale, mentre l’Italia per Pechino e’ il quarto fornitore europeo“. Ma per Belloni “si puo’ fare decisamente di piu'”. Negli ultimi anni, le relazioni economiche tra i due Paesi “si sono incrementate in modo costante“, come tiene a sottolineare Cesare Romiti, presidente della Fondazione Italia-Cina, che aggiunge: “anche se non e’ un momento favorevole alla crescita economica, in netto calo, noi in Europa sembriamo piu’ preoccupati dei nostri partner cinesi. Pechino invece- prosegue Romiti- ha voluto rallentare tale crescita per dare priorita’ ad altro”. Per Romiti si tratta di un processo lodevole, “da cui dovremmo prendere esempio” conclude.

23 giugno 2016
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