Europei di calcio, DIRE…tta dal bar: cronaca e commenti dei fanatici del pallone Diego&Pedro/11

Italia (1)

di Diego Giorgi

Italia – Spagna è una partita magica, di quelle che sogni di giocare se hai calpestato l’erba di un campo da calcio, che sia San Siro o il rettangolo vicino a casa, magari in periferia: un recinto senza tribune, spogliatoi stretti e a pezzi, verde a settembre, consumato e di terra a maggio con i ciuffi d’erba qua e là a sfumare. Sì, va bene; ma non abbiamo perso con l’Irlanda? Ah già, ieri sera abbiamo sbattuto contro il muro verde. Cuore loro, squadra B noi. Un palo di Insigne, un’uscita alla “yu-hu” di Sirigu, uno a zero per un’Irlanda di sempre: ‘scarpona’ ma di sostanza.  Lungo l’Arno a Firenze, alle porte del centro storico, ci sono due maxischermi che si guardano. Uno nella riva destra, l’altro nella sinistra. Fiume, birra, pizza e partita. Due luoghi inevitabilmente presi d’assalto quando si tratta dell’Italia. Certo il barretto è tutta un’altra cosa, tuttavia le disneyland pensate per Euro 2016 fanno statistica grazie alla massa. Ecco, tutto questa filippica, se volete tra l’attorcigliato e l’incartato, per dire che il bar sta a europei e mondiali come l’acqua sta ai pesci. E’ la sua dimensione finale. E per dire che ieri, a fine partita, non c’era una voce- tra le centinaia e centinaia- preoccupata (per la verità c’erano pochissime maglie azzurre. A Firenze il messaggio di mister Conte per adesso non ha fatto presa).
Sì, qualche imprecazione durante la partita, nel recupero. Casi isolati. Per una volta infatti la sconfitta è stata vissuta da vera comunità… semplice come gli amish, felice come dentro un furgone Volkswagen anni ’70. E’ scattato anche l’applauso per l’unico irlandese in ‘sala’ che con la sua maglia verde ha esultato, urlando come un pazzo, al gol di Brady: “Yes”. Insomma una festa dello sport, con secchiate di banalità lanciate dal cielo.  Perché non siamo diventati finalmente civili. Diciamocelo, manteniamo un profilo onesto almeno tra noi che ci conosciamo. Di vincere dell’Irlanda non ce ne fregava nulla. Non importava a chi la partita l’ha guardata- quasi tutti distrattamente-, non è diventata la mission di chi è sceso sul terreno di gioco. Per una volta già qualificati alla seconda partita del girone, per una volta rilassati. Per una volta, una sola volta. Perché alla fine i sentimenti riverberano tra loro fino a formare l’onda lunga. Una ‘piazza’ moscia ieri, carica a mille lunedì pomeriggio, alle 18 dove a Saint-Denis andrà in scena la Partita.
Spagna – Italia è un classico. Una volta sarebbe stato palleggio da una parte, contropiede e ripartenze da togliere il fiato dall’altra. Una volta, perché poi la Spagna ha esasperato il tiki-taka rendendolo insopportabile: i 3.000 tocchi, i passaggi fini a stessi, il dai e vai che non vai mai. Certo discutere quel possesso alla classe spaventosa dell’undici che si è preso tutto tra il 2008 e il 2012 (due europei e un mondiale), diventa un’operazione spericolata e spregiudicata. Un’offesa. Lì la palla girava come una scheggia, uno spettacolo vero, della seria “lezione di calcio, andiamo a pagina 370 del manuale…”. Ora però che il giro palla si è appesantito e la manovra stenta a decollare è tutto un altro paio di maniche. Per lo spettacolo, non per la filosofia: loro continuano e continueranno a giocare così, anche con noi, come se il tempo non esistesse perché viene sempre prima la filosofia. La speranza è che lunedì quella filosofia venga impaludata dalla sana concretezza di una squadra operaia (ma con il pregio di conoscere la via del Paradiso) con i fuoriclasse in difesa e qualche giocata sugli esterni. La Croazia (gran bella squadra) ha vinto sapendo aspettare per poi colpire la Spagna al cuore con i suoi campioni (tanti). A Buffon e compagni il compito di vendicare le quattro pere che ci rifilarono 4 anni fa, in finale, e di mettere fine non a quella filosofia (eterna e bellissima) ma alla corsa di una nazionale in riserva dal 2013.
23 giugno 2016
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