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Autonomia ed enti locali, il convegno a Unicusano – VIDEO

ROMA – Una condizione “precaria” e “non definita” in vari aspetti, soprattutto “sotto il profilo amministrativo e costituzionale”. Ecco come si presentano oggi gli enti locali in Italia, ‘travolti’ da normative che si scontrano sempre più spesso con l’applicazione pratica. Ultimi esempi, l’abolizione delle Province conseguente all’approvazione della riforma Delrio e l’istituzione delle Città metropolitane, che hanno reso difficoltosa, o quantomeno confusa, l’attribuzione delle competenze sui territori.

Del tema si è occupata l’università Niccolò Cusano, che questa mattina ha ospitato il convegno ‘Gli enti locali nell’attuale frangente ordinamentale’, cui hanno partecipato docenti universitari ed esperti di Diritto, concordi nell’affermare che “è necessario fare chiarezza”. Soprattutto sulla questione dell’autonomia, messa in dubbio nonostante sia il cardine su cui invece si è fondata la discussione degli ultimi decennni. In principio, spiega il consigliere di Stato e docente di Diritto amministrativo, Eugenio Mele, “fu la legge dell’8 giugno 1990 a dare per la prima volta autonomia statutaria agli enti locali, una vera diversificazione rispetto al passato che consentì specialmente ai Comuni di decidere le proprie leggi e i propri regolamenti”. La questione è che in tutti questi anni “i Comuni si sono trovati nelle condizioni di non riuscire a organizzarsi con le problematiche attuali, dal momento che le qualifiche all’interno degli enti sono vecchie e non è stato previsto un corretto adeguamento dell’intero l’apparato”.

In queste circostanze diventa “complicato difendere l’autonomia di fronte alla Corte Costituzionale- rileva Guido Rivosecchi, professore di Diritto pubblico all’universita’ Parthenope- Indubbiamente con gli ultimi sviluppi normativi stiamo assistendo a un sostanziale accentramento nel rapporto Stato-Enti locali”. Infatti “l’apertura alle possibilita’ di difesa potrebbe produrre un eccesso di conflittualita’ e un eccesso di lavoro per la Corte, se consideriamo gli oltre 8mila Comuni italiani. D’altra parte è pur vero che idonei strumenti dovrebbero essere garantiti dalla riforma del titolo V della Costituzione”. Comunque “a maggiore autonomia non e’ stata corrisposta adeguata tutela- continua il docente- e lo scenario delle riforme rivela un consistente ridimensionamento dell’autonomia. Oltretutto la legge 56 del 2014 si è inserita nella mancata attuazione del titolo V per rimarcare l’accentramento, che dubito possa essere compensato dalla presenza degli Enti locali nella composizione del nuovo Senato, per i compiti che questo svolgera’”.

Per Achille Chiappetti, ordinario di Diritto pubblico a La Sapienza, “la riforma federale del 2001 e’ stata fatta frettolosamente. Per esempio, sono state date molte attribuzioni alle Regioni che in realtà sono di livello nazionale”: a questo ha ‘rimediato’ la Corte Costituzionale, che con “circa 200 sentenze in due anni ha riportato molte competenze a livello statale”. Il punto è che “con la riforma si e’ perso il principio di sussidiarieta’, rimandandolo al legislatore di attuazione. Si trattava invece di uno strumento importante per creare ordine e dare agli enti locali solo le materie di effettiva competenza”. I problemi dunque riguardano “l’inserimento delle Regioni nell’apparato statale e l’efficacia del Senato delle Regioni, oltre alla ridistribuzione a tutti i livelli razionale delle potesta’ amministrative nel rispetto del principio di sussidiarieta’ verticale”. Insomma, al momento “siamo a metà del guado”.

A rincarare la dose è Giampaolo Maria Cogo, titolare della cattedra di Diritto amministrativo all’università di Roma Tre: “Di federalismo c’e’ poco nel nostro ordinamento e se ne parla in modo improprio. Il sistema attuale deve essere aggiustato recuperando il principio di sussidiarieta’, altrimenti nessuna soluzione sara’ adeguata”.

Per quanto riguarda l’aspetto tributario, spiega Andrea Giovanardi, professore di Diritto tributario all’università di Trento, “lo Stato resta titolare dei tributi nonostante il federalismo e non e’ in grado di assicurare le spese delle autonomie locali. L’autonomia tributaria non deve coprire le manchevolezze del sistema finanziario coprendo buchi di finanziamenti che non arrivano più, ma deve essere finalizzata allo sviluppo del territorio”. Secondo il docente “va valorizzato il principio di territorialita’ dei tributi, destinandoli ai problemi del ciascun luogo”. In caso contrario, “si rischia un impoverimento delle Regioni cosiddette virtuose, mentre quelle del Sud non crescono”. Il Paese “non e’ omogeneo- conclude Giovanardi- e si deve permettere di sostenere le spese a chi se lo può permettere. Lo Stato non puo’ più fare da pagatore di ultima istanza”.

C’è “molta confusione” sul tema anche per il rettore di Unicusano, Fabio Fortuna, che fa riferimento alla “serie di norme innovative, come l’abolizione delle Province e l’istituzione delle Città metropolitane. Sembrano realtà lontane invece la loro applicazione è già in corso”. Per Fortuna comunque “l’autonomia è un principio che viene applicato spesso nel campo del diritto e credo sia un elemento positivo. A patto però di saperlo applicare e di avere norme di riferimento chiare. Pensiamo ad esempio- conclude- a ciò che si è scatenato con la recente approvazione del Def e i contrasti con i Comuni in materia di tagli”.

23 aprile 2015

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