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Congo, Avsi: “Vite nuove per i ragazzi soldato”

ROMA – “Fare il soldato dà protezione, cibo e potere; e così la differenza tra arruolamento forzato e volontario sfuma, fin quasi a perdere senso”: a parlare con la DIRE è Daniela Capoferri, cooperante italiana nel Congo delle milizie composte anche da ragazzi e bambini. La sua testimonianza giunge dalle regioni ricche di coltan e cassiterite, nell’est al confine con Rwanda, Uganda e Burundi. E’ qui che promuove i programmi di Avsi, una ong nata nel 1972, impegnata oggi in 30 Paesi, dall’Africa all’Asia all’America Latina. I progetti congolesi si concentrano nel Nord Kivu, nel Sud Kivu e nell’Ituri, province ostaggio di un conflitto per bande continuato ben oltre la fine della Grande guerra africana (1998-2003). Secondo gli ultimi rapporti dell’Onu, i gruppi armati che attraversano l’area restano una settantina. Si riformano a causa di frammentazioni e ricomposizioni continue, mantenendo una costante: l’arruolamento di adolescenti e ragazzini nei villaggi razziati. Una dinamica confermata in ‘Le sort des enfants en temps de conflit armé’, un documento firmato dall’ex segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon nel 2016. In un anno gli scontri nell’est congolese avrebbero provocato la morte di almeno 80 bambini e il ferimento di altri 56. A conferma di una tendenza già evidenziata da Monusco, la missione di pace delle Nazioni Unite in Congo: tra il gennaio 2009 e il novembre 2015 i peacekeeper hanno censito 8546 ex ragazzi soldato.

Se per sciogliere i nodi serve la politica, un primo aiuto può arrivare dai cooperanti. Su mandato del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), Avsi sta collaborando con 15 ong locali. Tra queste figura Sodec, Solidarité pour le developpement communitaire. E’ visitando una loro struttura, nella località di Bunia, che Capoferri ha incontrato Safari, Amani e Buhati. “Nomi di fantasia”, avverte subito, “ma storie vere”. Uno di quei ragazzi le ha raccontato una notte di qualche anno fa: “I ribelli sono entrati in casa, hanno ucciso mio padre e ci hanno rubato tutto. La mia famiglia non era d’accordo ma in qualche modo volevo vendicarmi e garantire l’incolumità dei miei cari; il giorno successivo mi sono arruolato“. Alla domanda se avesse avuto paura ha risposto che, forse, un po’ sì: “Per farci forza fumavamo e bevevamo molto”.

L’impegno di Sodec è far rivivere Amani, Buhati e gli altri, che abbiano portato le armi per le milizie ribelli o per l’esercito, come pure capita. Avsi sostiene questa e altre ong con corsi di formazione e coaching, identificando punti deboli e contribuendo a migliorare la qualità dei servizi. Nella convinzione, sottolinea Capoferri, che per riuscire può bastare poco. Come con quel ragazzo, esile ma muscoloso, la carnagione nerissima, un cappello di lana nonostante il caldo, gli occhi svelti. “Da dove vieni?” gli hanno chiesto. “Kynyombaya” la risposta, il nome di un villaggio nell’Ituri. Poi, come a indovinare la domanda successiva: “Sono del 1999, con loro sono rimasto un anno e mezzo”.

di Vincenzo Giardina, giornalista professionista

23 gennaio 2017

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