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DIRE - LE OPINIONI

La Germania ci insegna qualcosa?

Paolo Pombeni per www.mentepolitica.it

I meno giovani ricorderanno tutto il gran discorrere che si fece a metà anni Settanta sul tema se l’Italia aveva davanti a sé lo stesso destino della Repubblica di Weimar. Il “modell Deutschland” fu ampiamente dibattuto, ma poi tutto finì in una bolla di sapone: il nostro terrorismo fu sconfitto, la conflittualità sociale riportata in termini normali, i partiti incapaci di gestire il paese sembrano ritrovare durante gli anni Ottanta qualche capacità di guidare la situazione.

Poi tutto cambiò e di paralleli con la Germania, né con quella storica né con quella contemporanea, si parlò più. Semmai ci fu qualche propensione a considerare il sistema politico tedesco degno di grande considerazione visto che aveva superato la prova della riunificazione e governava una nazione in continua espansione. Il suo sistema elettorale venne considerato del massimo interesse tanto che, pasticciandolo un bel po’, lo si voleva adottare anche da noi.

Visto come si sta evolvendo la situazione dopo le elezioni tedesche di fine settembre ci si sta buttando sul versante opposto a dire che quel sistema non funziona e che la Germania non può più dare lezioni a nessuno. Eppure, per certi versi almeno, i problemi che ha oggi la politica tedesca potrebbero essere i problemi che affronterà domani la politica italiana. Val la pena di ragionarci sopra.
Quale è la grande questione che affronta oggi il sistema politico della Germania? Ad essere nodale non è tanto la grande affermazione di un partito populista, Alternative für Deutschland: quello è un fenomeno presente in altri paesi europei. Non è neppure il pluripartitismo che ha soppiantato l’illusione di un bipolarismo temperato come era ai tempi d’oro della repubblica di Bonn, con il pendolo fra CDU/CSU e SPD, col piccolo partito liberale che fluttuava da una parte all’altra. Sistemi pluripartitici ce ne sono in vari paesi e di per sé non impediscono che si trovino formule per costruire maggioranze.

Il problema fondamentale è che in Germania ci si è trovati di fronte non ad un pluralismo polarizzato secondo la celebre formula di Sartori, ma ad un pluralismo radicalizzato. I molti partiti infatti non sono versioni diverse dei due grandi campi della destra e della sinistra entro cui sono in qualche misura costretti a stare. Sono piuttosto espressione di diverse aggregazioni, ciascuna delle quali è incerta della sua presa sulla pubblica opinione e di conseguenza non è disponibile ad esercitare quella nobile arte della mediazione che, intesa in senso alto, è l’inevitabile regola del costituzionalismo democratico.

La signora Merkel, che pure è un’abile negoziatrice, ha dovuto arrendersi di fronte alla incomunicabilità che si era stabilita nel momento in cui ognuno dei partiti con cui trattava, CSU bavarese, liberali, verdi, voleva piantare la propria bandierina ideologica e non era disponibile a nessuna soluzione di compromesso. C’è naturalmente da chiedersi come mai questo sia avvenuto. Le ragioni ci sembrano due. La prima è il fatto che non esisteva alcun “piano B” che consentisse alla Merkel di forzare i suoi riottosi convenuti ad accettare una mediazione. Infatti l’alternativa di un ricorso alla “grande coalizione” con la SPD era impossibile perché questo partito non ne vuole sapere (il che è comprensibile dal suo punto di vista, ma poco utile al sistema). La seconda ragione è che ormai i partiti sono formati da blocchi di consenso ossessionati dalle bandierine ideologiche che ciascuno ha piantato per difendere i suoi confini: tutti temono che cedendo sui propri pregiudizi si perdano elettori che fuggono o nei movimenti di protesta estrema o nell’astensione.

Possiamo dire che questa potrebbe essere, con le opportune variazioni, la situazione che si presenterà in Italia dopo le prossime elezioni? Sul futuro è difficile avere certezze, ma possiamo dire che oggi tutti stanno lavorando per costruire qualcosa di simile. La radicalizzazione delle posizioni delle varie componenti del nostro panorama politico è sotto gli occhi di tutti. L’alto tasso di astensionismo accentua la dipendenza di ogni partito dalle sue “curve” o dai suoi pasdaran: tutti dicono di voler riportare alle urne quote di delusi dalla partecipazione al voto, ma, sapendo che quelle sono più che altro pie illusioni, intanto badano a non mettere a rischio i radicalizzati che si tirano dietro.
In Germania si è visto bene quanto i diversi partiti siano rimasti intrappolati negli slogan e negli auto da fé in cui si erano esibiti in campagna elettorale. Questo in un contesto in cui c’è meno “tifo” per queste intemerate di quanto non ce ne sia in Italia, dove media, talk show e quant’altro lavorano alacremente per monumentalizzare ogni corrente piccola o grande, ogni personaggio di qualsiasi statura cerchi di occupare un po’ di palcoscenico.

In queste condizioni non si riesce ad immaginare come si potrà arrivare a formare un governo di coalizione se dalle urne non uscirà, come è probabile, alcuna solida maggioranza. La prospettiva che tutti accarezzano, da M5s ad Mdp, di andare poi a raccattare voti in parlamento su qualche vago programma di governo costruito ad hoc poggia sulla sabbia. Ammesso che riesca in un primo momento si sfascerà subito dopo perché nessuno vorrà correre il rischio di perdere il voto dei suoi pasdaran offesi da qualunque ricorso alla mediazione e al compromesso.
Ci siamo fabbricati questi esiti con la retorica della politica che deve realizzare tutto e subito senza cedere alla fatica dei passaggi intermedi e della costruzione paziente del consenso razionale intorno ad essi. Se non si riuscirà a sconfiggerla, in Germania, in Italia e in generale nei paesi retti dal costituzionalismo occidentale, non ci aspetta un bel futuro.

22 novembre 2017

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