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Ascesa e declino del Califfato, ma non dei jihadisti

Isis, Is, Isil o Daesh: comunque lo si chiami, il gruppo Stato islamico ha tenuto col fiato sospeso per almeno tre anni i leader mondiali, ucciso secondo dati Onu più di 9mila persone in attacchi terroristici in quattro continenti (la maggior parte dei quali in Egitto, Iraq e Turchia, stando agli osservatori internazionali), ridotto in schiavitù altre 3.400 persone e sconcertato musulmani di tutto il mondo.

Ma ora la bandiera nera sembra essere stata ammainata: venerdì scorso, 17 novembre 2017, mentre in Italia moriva il boss della mafia Totò Riina, il governo iracheno annunciava di aver ripreso Rawha, l’ultima città in mano ai jihadisti neri in assoluto. Quattro giorni dopo, il 21, alla tv i massimi leader dell’Iran annunciavano: “Lo Stato islamico è finito”.

L’Isis è stato proclamato nel giugno 2014 dal “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi: i suoi seguaci, scissionisti di Al-Qaeda, hanno in mano un territorio di 34mila chilometri quadrati che comprende vaste porzioni di Iraq e Siria, entrambi in preda al caos.

Il gruppo dichiara guerra contro chiunque non condivida il suo messaggio, che molto deve alla dottrina salafita di Al-Qaeda nonché a quella wahabita propria dell’Arabia Saudita, Paese sospettato poi di finanziare il movimento per destabilizzare la regione in chiave anti-iraniana.

Le file dello Stato islamico iniziano ad ingrossarsi di militanti arabi stanchi di anni di conflitti e miseria – l’Is riporta corrente elettrica e acqua, ricostruisce le strade, apre scuole nelle città che conquista.

L’organizzazione attira però anche combattenti dall’estero, grazie a una propaganda mediatica capace di competere coi brand internazionali più affermati. La risposta degli eserciti non tarda a farsi sentire: vicende alterne lo vedono scontrarsi con gli Stati Uniti, la Russia, l’Iran, la Siria, l’Iraq, la Turchia, i curdi e altri contingenti impegnati nei conflitti regionali.

Nel 2016, il suo territorio è già ridotto della metà. Ciò non toglie che la sua presenza continui a complicare la guerra civile in Siria, o a destabilizzare l’Iraq che dalla caduta di Saddam ancora non si è ripreso. Ma soprattutto sorpassa il Medio Oriente e raggiunge i gruppi ribelli di matrice islamista in Asia e Africa che gli dichiarano fedeltà: il Maute nelle Filippine – che ha messo a ferro e fuoco la città di Marawi l’estate scorsa – Boko Haram nel quadrato del Lago Ciad, o creando sue cellule in Afghanistan, Libia ma anche all’ombra dei palazzi dell’Unione Europea, a Bruxelles.

L’arma degli attacchi terroristici per mano di “cani sciolti” addestrati a distanza è la più subdola. Mercati, strade, teatri, stadi, scuole diventano gli obiettivi privilegiati. L’Europa e l’America del Nord tremano dopo che molte sue città vengono colpite. Ma a registrare il più alto numero di morti restano i paesi musulmani, con l’Iraq in testa secondo il Global Terrorism Index pubblicato la settimana scorsa. Dopo la liberazione di Mosul, il quotidiano britannico ‘Intependent’ ha calcolato che oltre 40mila persone siano state uccise negli anni di occupazione. La liberazione della città giunge a luglio.

Le armate nere capitolano anche a Raqqa, la capitale Isis in Siria espugnata il 17 ottobre. Ora ci si può definire davvero salvi dalla minaccia dell’ideologia di Daesh? Vari politici ed esperti hanno avvertito che la caduta del Califfato causerà la dispersione di migliaia di persone ormai radicalizzate: secondo la stampa americana almeno 40mila foreign fighters originari di 33 Paesi si sono uniti negli anni al movimento e a ottobre già 3.500 sarebbero tornati a casa. La sfida dei governi e dei servizi di intelligence mondiali sarebbe dunque riuscire ad individuarli, evitando che commettano altre stragi e continuino a diffondere il “contagio”.

di Alessandra Fabbretti, giornalista

22 novembre 2017
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