Pd, Rosati: "Ripartire da lavoro e disuguaglianze, subito congresso"

Politica

Pd, Rosati: “Ripartire da lavoro e disuguaglianze, subito congresso”

ROMA – Considera “già aperto” il congresso del Partito democratico, chiede ai suoi “sobrietà e ascolto”, ma mette sul tavolo alcune proposte su lavoro, giovani e disuguaglianze. Antonio Rosati, esponente dem di lungo corso, in un’intervista all’agenzia Dire auspica un “cambio di prospettiva” che coinvolga ogni aspetto della società e che permetta al Partito democratico di recuperare “forza e nobiltà” alla sua politica.

Partiamo dal Partito democratico. In queste ore sembra che il centro della discussione sia di nuovo sui tempi del congresso. Qual è la sua posizione?

Sono molto netto: considero il congresso già aperto. Per quanto mi riguarda, al di là dei toni e di alcune uscite che ho trovato ingenerose, c’è una grande preoccupazione per il destino del Partito democratico e della sinistra. Per questo chiedo un po’ di rispetto per tutti gli iscritti, gli elettori e anche per coloro che non ci hanno votato, ma che guardano preoccupati i destini della sinistra. Il Partito democratico non è di qualcuno, non si può decidere in poche stanze se va sciolto o no. La parola a questo punto dobbiamo darla ai nostri iscritti e spero che in tanti partecipino alle nostre discussioni. Invito tutti a un po’ di sobrietà e soprattutto all’ascolto, è tempo di aprire questa grande stagione congressuale che io considero già iniziata.

Passiamo ai temi, allora. Nei suoi interventi pubblici, lei parla spesso di lavoro e giovani, puntando il dito contro le disuguaglianze sociali.

In questo momento di crisi bisogna tornare alle origini. Si discute tanto dell’identità di una forza di sinistra, e credo che noi dobbiamo essere quella forza che cerca di difendere e di rappresentare coloro che hanno maggiori difficoltà e che non hanno voce. I numeri, e non le interpretazioni, ci dicono che la ricchezza si è enormemente concentrata e le disuguaglianze sono cresciute, ma noi non abbiamo prestato abbastanza attenzione a coloro i quali del lavoro fanno la loro sussistenza. Non servono ricette del passato, ma è necessario usare molta fantasia e capacità di ingegno per inventare soluzioni in grado di governare l’economia. Il denaro e il profitto non possono essere l’unico fine di una società, perché il capitalismo ha dimostrato di andare incontro a fallimenti enormi. Le conseguenze della crisi sono state disastrose, ma noi non abbiamo offerto una sufficiente protezione ai ceti meno abbienti e ai più deboli.

Nello specifico, se dovesse intervenire oggi al congresso del suo partito, che cosa proporrebbe?

Partirei dal costo del lavoro, che in Italia è molto tassato, con un effetto negativo sia per i lavoratori che per le imprese, che perdono competitività. Nei prossimi mesi dovremmo fronteggiare il governo Lega-Cinque Stelle proponendo una visione alternativa: abbassare radicalmente, di quasi 20 punti, il costo del lavoro.

E le risorse?

Servono circa 20 miliardi di euro. Si possono trovare in parte sottraendoli alla proposta di riforma della legge Fornero avanzata dal ministro dell’Interno, che vale circa 8 miliardi di euro e che mi vede fortemente contrario perché penalizza i giovani. Un’altra parte delle risorse, e questo è l’aspetto forse più innovativo della mia proposta, può essere recuperata sospendendo i famosi 80 euro del governo Renzi che costano 9 miliardi l’anno. Abbassando in modo radicale il costo del lavoro, i lavoratori italiani avrebbero più soldi in busta paga, in alcuni casi anche più degli 80 euro. Si avrebbe dunque una grande spinta ai consumi, perché le famiglie avrebbero più soldi, e le imprese sarebbero più competitive. Ovviamente, in un mutamento di questo tipo, si aprirebbero anche nuove possibilità di occupazione, perché le imprese avrebbero maggiore disponibilità.

E le altre proposte?

Sarebbe necessario fare un grande accordo sulla produttività tra Governo, imprese e lavoratori, dunque i sindacati. Un accordo che vedrebbe i lavoratori molto più partecipi delle dinamiche aziendali. L’altra proposta è legata alla questione del Reddito di cittadinanza voluto dai Cinque stelle. I Governi Renzi e Gentiloni hanno fatto una cosa molto buona introducendo per la prima volta il Reddito di inclusione, anche se lo abbiamo spiegato poco. Si tratta di una integrazione del reddito nei casi di povertà conclamata. Una misura giusta, che a mio avviso andrebbe estesa. Ma non solo, perché penso anche a una Indennità di futuro per chi perde il lavoro. Bisogna istituire una Agenzia nazionale di coordinamento declinata nelle varie Regioni che garantisca non solo un reddito per un certo numero di mesi, ma anche la necessaria formazione per il ricollocamento e la formulazione di al massimo due proposte di lavoro. In caso di rifiuto, il sussidio decade. Si tratta di una misura profondamente diversa da quella proposta da Di Maio, perché il Reddito di cittadinanza rischia, soprattutto nel Mezzogiorno, di diventare uno strumento perverso di assistenzialismo. L’ultima proposta riguarda la necessità di mettere in campo un grande piano di investimenti pubblici e privati. Ma qui c’è il nodo da sbloccare con l’Unione europea: in quale cassetto è finito il noto piano Juncker?

Quello che sembra delineare è un nuovo modello sociale. E’ così?

Il mio è un cambio di prospettiva, è un tornare a coinvolgere tutta la società, le forme di volontariato, il mondo cattolico, i comitati di quartiere, l’associazionismo, i centri sociali e anche le polisportive. Questo clima di paura è frutto di un grande rancore sociale che ci ha travolto proprio perché non abbiamo esercitato una funzione di protezione. Lavorare su questo non sarà un pranzo di gala, nessuno ci regalerà nulla. Servirà un durissimo conflitto sociale, perché cambiare prospettiva significa portare avanti un nuovo Umanesimo che rimetta al centro la persona. La mia speranza è che migliaia di ragazzi e ragazze si appassionino a questa causa di giustizia e di liberazione umana, possano entrare nelle nostre fila e prendere in mano questo partito come uno strumento per dare voce a chi non ce l’ha.

Pensa che il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, possa rappresentare questo cambiamento?

Nel 2009, durante una riunione molto partecipata della sezione del mio partito Trionfale-Mazzini, subito dopo la vittoria di Zingaretti alla Provincia, affermai che per me Nicola era un futuro leader per la sinistra. Ho ancora quella relazione che preparai per iscritto e oggi ne sono ancora più convinto. Zingaretti non ha partecipato agli errori di questi anni ed è credibile in un momento in cui l’etica dei comportamenti fa la differenza. Naturalmente non potrà essere da solo, perché non risolveremo tutto con un cambio di segretario anche se il leader è fondamentale, ma certamente accompagnato da una nuova generazione e da un nuovo punto di vista del mondo e della società in grado di ridare nobiltà e forza alla politica.

22 settembre 2018
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»