VIDEO | Perù, il ‘guardiano’ di Machu Picchu: “È allarme clima e turisti”

Machu Picchu soffre gli effetti dei cambiamenti climatici e per l'eccessiva affluenza di turisti,: ne arrivano tra i 4 e i 56 mila al giorno
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ROMA – “Machu Picchu soffre gli effetti dei cambiamenti climatici. Ad esempio, l’aumento delle temperature accresce anche le piogge, che ora raggiungono i 2.200 millimetri all’anno. L’acqua, infiltrandosi, può danneggiare i monumenti“. Il monito giunge da Fernando Astete, antropologo e direttore del parco archeologico di Machu Picchu dal 1994 al mese scorso. Il suo impegno per conservare e comprendere il “pensiero andino” che conserva questo santuario Inca, gli è valso il soprannome di ‘Guardiano di Machu Picchu‘.

L’agenzia ‘Dire’ lo intervista Astete a Roma, dove l’esperto ha partecipato a un incontro organizzato dall’ambasciata del Perù in Italia in collaborazione con l’Istituto italo-latino americano (Iila) e Mediatrends America. “Il Perù è un Paese fondamentale per capire i cambiamenti del clima dal momento che è l’epicentro mondiale della biodiversità: è il Paese che contiene più forme di vita, più climi ed ecozone di qualsiasi altra nazione al mondo” spiega ancora alla ‘Dire’ Adine Gavazzi, architetto titolare della cattedra Unesco in Antropologia della salute, biosfera e sistemi di cura presso l’Università di Genova. L’ateneo ligure ha avviato una collaborazione insieme con l’Università della Svizzera italiana a Lugano “proprio per promuovere Machu Picchu come modello di conservazione e resilienza a livello mondiale. Secondo Gavazzi, “per capire gli effetti dei cambiamenti climatici, le comunità indigene sono fondamentali, perché conoscono la biodiversità molto meglio di noi”. E’ questa collaborazione tra saperi diversi che ha reso Machu Picchu un modello.

“Più di ogni altra civiltà occidentale preindustriale, quelle preispaniche colpiscono perchè, osservandole, ci rendiamo conto che hanno profondamente modificato l’ambiente naturale, plasmandolo per rispondere ai propri bisogni” dice Nicola Masini, ricercatore del Cnr-Ibam (Consiglio nazionale delle ricerche – Istituto per i beni archeologici e monumentali), responsabile di uno studio geofisico e geotermico nel sito peruviano. Masini tiene a chiarire: “Se noi con la rivoluzione industriale abbiamo danneggiato l’ambiente, questi popoli hanno saputo intervenire in modo sostenibile”. E infatti la conservazione delle vestigia delle civiltà preispaniche passa per la collaborazione con i nativi, riprende Gavazzi: “Lavoriamo a stretto contatto con le comunità indigene perché sono in grado di insegnarci gli effetti del cambiamento climatico, e come rispondere. Una parte importante del nostro lavoro consiste nella riforestazione e questi popoli lo sanno fare meglio di noi perché hanno una conoscenza più approfondita della biodiversità. Per esempio, se un ghiacciaio perde neve, e si forma una nuova superficie che viene poi raggiunta dalla vegetazione e dalla fauna, i nativi sanno comprenderla meglio da subito. E’ guardando il loro esempio che noi impariamo”.

Machu Picchu, evidenziano gli esperti, è un esempio chiave del livello di sviluppo tecnico e culturale raggiunto dalla civiltà Inca, che ne avviò la costruzione circa otto secoli avanti Cristo, e solo l’arrivo dei conquistatori spagnoli nel Cinquecento pose termine all’espansione del sito. La sopravvivenza di questo luogo circondato da 18 montagne sul limitare dalla foresta Amazzonica, è minacciata anche da un altro fenomeno: il turismo di massa.

 

“Tra i 4 mila e i 6 mila turisti al giorno”

“A Machu Picchu arrivano tra i 4mila e i 6mila visitatori al giorno” calcola Astete. “Di recente abbiamo implementato un meccanismo di prenotazione che permette di diluire gli ingressi. Tuttavia il passaggio delle persone su camminamenti e scalinate centenarie erode la roccia e il suolo“. Il “turismo culturale” è una grande fonte di sviluppo per l’economia peruviana, ma comporta una grande sfida per gli esperti del sito: “Ogni 15 giorni – dice Astete – calcoliamo al millimetro lo stato di erosione del terreno causato dal passaggio dei turisti, per capire il volume di materiali da reimmettere sul terreno, e che preleviamo dalla stessa cava che usarono gli Inca. Ii gradini costruiti nella pietra, però, non si possono sostituire”.

Anche i sistemi di drenaggio dell’acqua piovana sono quelli originali, sottolinea Astete: “Noi li abbiamo solo potenziati”. E’ per questo che in Italia l’antropologo sta partecipando a una serie di convegni. “Alle nuove generazioni spetta una grande responsabilità” sottolinea Astete: “portare avanti il lavoro di conservazione di uno dei monumenti più enigmatici del mondo ed icona dell’identità nazionale peruviana. Lo dovranno fare come lo stiamo facendo noi, ovvero rispettando l’originalità del monumento, i materiali e la struttura”.

Ieri Astete ha partecipato a un convegno internazionale su “monitoraggio e manutenzione nelle aree archeologiche, cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico, degrado chimico ambientale”, presso la Curia Iulia al Foro di Roma. Stasera interverrà invece a una conferenza al Mudec, il Museo delle culture di Milano. Infine tappa lunedì a Lugano, presso l’Università della Svizzera italiana, per un incontro suggellato dalla collaborazione con la cattedra Unesco, dell’Università di Genova – specializzata in siti di patrimonio mondiale.

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22 Marzo 2019
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