In Sardegna 40 anni di peste suina, l’Hiv degli animali

CAGLIARI – “Questa è una battaglia di tutti, non è una battaglia del centrosinistra. È una battaglia per liberare le energie, le risorse, le potenzialità straordinarie delle aree interne della Sardegna”. Queste le parole del presidente della Regione Francesco Pigliaru, durante la discussione in aula il 9 gennaio scorso di un ordine del giorno della maggioranza per fare il punto sullo stato di attuazione del piano d’azione straordinario per il contrasto e l’eradicazione della peste suina africana.

UNA PIAGA CHE DURA DA 40 ANNI

Una piaga che affligge la Sardegna da quarant’anni, presente soprattutto nelle zone interne dell’isola, in particolare a Orgosolo, nel nuorese, e in Ogliastra. E un’emergenza per l’isola più economica che sanitaria -visto che la malattia non infetta l’uomo, ma colpisce i maiali e i cinghiali– e che ha impedito praticamente da sempre alle aziende dell’isola di competere nei mercati nazionali e internazionali.

MINORANZA CONTRO MANO ‘PESANTE’ PIGLIARU

In quell’occasione, il governatore sardo, che dall’inizio della legislatura ha ribadito come l’eradicazione della malattia fosse uno degli obiettivi principali della giunta, si era difeso anche dagli attacchi dell’opposizione.

Le forze di minoranza rimproverarono a Pigliaru la mano troppo pesante con gli abbattimenti degli animali per contrastare la malattia virale -stile Extremadura in Spagna, dove intervenne anche l’esercito- senza un preventivo confronto con le popolazioni e gli allevatori coinvolti: “Si è preferito utilizzare, non gli strumenti della politica, che richiedono confronto, compartecipazione delle autonomie locali, degli imprenditori e allevatori interessati- aveva tuonato in aula il capogruppo di Forza Italia, Pietro Pittalis, prima dell’intervento di Pigliaru- ma si è scelta la strada ‘manu militari’. Però non è questo il modo per risolvere il problema: fare blitz, circondare gli ovili, quasi si trattasse di mafiosi, crea solo problemi di natura sociale”.

STORIA DELLA MALATTIA

Non c’è dubbio che la linea adottata dall’esecutivo Pigliaru negli ultimi anni sia stata quella della fermezza, a partire dall’istituzione e poi dall’avvio dell’attività nel 2015 dell’Unità di progetto per l’eradicazione della malattia, sotto la direzione Alessandro De Martini, che di fatto ha dato il via libera agli abbattimenti degli animali al pascolo brado illegale, all’inizio del 2016. Proprio la delibera con la quale la giunta regionale indicò un piano straordinario e istituì l’unità di missione per combattere ed eradicare la malattia, scongiurò il commissariamento della Sardegna, ipotizzato dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin, visti gli scarsi risultati ottenuti fino ad allora.

Una scelta dunque quasi obbligata, giunta al culmine dell’emergenza massima per l’isola, all’interno di una vicenda comunque che abbraccia quasi mezzo secolo.

La Psa fu segnalata nel Sud Sardegna per la prima volta nel 1978, arrivata si presume attraverso scarti alimentari provenienti dalla penisola iberica, e diffusasi poi nelle zone interne con le transumanze. La pratica del pascolo brado illegale ha poi fatto il resto, con maiali e cinghiali che si infettano da decenni a vicenda, in un circolo difficilissimo da spezzare.

La malattia infatti, assimilabile all’Hiv dell’uomo, si trasmette con una facilità estrema (tramite accoppiamento, contatto con feci e urina) e soprattutto non è curabile: al momento non esiste un vaccino efficace, e l’unica soluzione per evitare la diffusione è l’abbattimento degli animali infetti.

ABBATTIMENTI

Come detto l’accelerata decisiva è stata impressa dall’esecutivo guidato da Pigliaru, soprattutto nella seconda parte della legislatura: dall’8 dicembre scorso, sono stati depopolati 1.700 suini al pascolo brado illegale, che si aggiungono ai 600 circa abbattuti nella prima fase. Ai primi di febbraio, durante una conferenza stampa nell’assessorato alla Sanità a pochi giorni da un depopolamento che aveva portato a 1.280 il numero dei suini abbattuti fino ad allora, si stimava che nelle zone interne dell’isola i capi ancora allo stato brado fossero circa tremila.

Al momento, dopo l’ultimo abbattimento effettuato l’8 marzo a Orgosolo e Villagrande, comune in Ogliastra, i capi illegali dovrebbero essere circa 2.300. Si tratta sempre di una stima, resa ancor più scivolosa dal fatto che naturalmente continua a non essere semplice far emergere l’illegalità. Questo nonostante il fatto che la strategia messa in piedi dalla Regione, oltre al “bastone” degli abbattimenti e delle sanzioni (multa di 10.000 euro, a prescindere dal numero di animali illegali posseduti, ma con la possibilità per gli allevatori “pentiti” di far scattare una sospensiva della multa, il cosiddetto ravvedimento operoso, a condizione che ritornino alla legalità), preveda anche la “carota”: cioè una misura ad hoc, il benessere animale per i suini, che vale circa 50 milioni di fondi europei, nazionali e regionali, per i 170.000 maiali legali presenti nell’isola. Per fare un paragone significativo, il benessere animale per le pecore, che in Sardegna sono poco meno di tre milioni, vale 75 milioni di euro.

DANNO ECONOMICO

È molto difficile fare una stima del disastro economico per la Sardegna, derivato negli anni dalla mancata entrata nei mercati nazionali e internazionali delle carni e dei prodotti derivati come i prosciutti (soprattutto a partire dal 2011, anno in cui l’Europa istituì il divieto assoluto di far varcare i confini isolani di qualsiasi prodotto a base di carne suina, embargo interrotto solo per la vendita dei prodotti trattati termicamente in occasione dell’Expo di Milano). Un dato però è significativo, e rende idea in maniera impressionante dell’entità del fenomeno.

Secondo Coldiretti Sardegna, dal ’78, la battaglia per l’eradicazione della peste suina nell’isola, è costata circa un miliardo di euro di soldi pubblici. Un fiume di denaro immenso e praticamente sperperato, che rappresenta però una minima parte del danno complessivo del settore agroalimentare isolano. Anche in prospettiva: la peste suina, assente in Italia, si sta diffondendo nell’Est Europa, con il serio pericolo che possa entrare anche in Germania (è di pochi mesi fa l’allarme lanciato dal ministro tedesco dell’Agricoltura, Christian Schmidt) e propagarsi ulteriormente nel Vecchio continente con gli scambi tra Paesi.

Se la Sardegna riuscisse a debellare l’epidemia, a quel punto la sua insularità si trasformerebbe in un vantaggio, con la possibilità di controllare più facilmente, attraverso la barriera del mare, i prodotti provenienti da fuori. Si potrebbe ribaltare la prospettiva, con l’isola per una volta oasi felice, e non regione da tenere sotto embargo.

22 marzo 2018
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