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Shevtsova: “La Russia esce dall’isolamento, ma paga caro”

ROMA – “La Russia comincia a pagare il conto dell’avventura siriana, una trappola che ha permesso a Vladimir Putin di uscire dall’isolamento ma che ora rischia di costare caro, anche in Cecenia“: Lilija Shevtsova, cremlinologa, coordinatrice del programma euroasiatico del think-tank Chatham House, risponde alla DIRE da Mosca.

La prima domanda riguarda le relazioni tra Russia e Turchia, messe alla prova dall’assassinio lunedì ad Ankara dell’ambasciatore Andrej Karlov. “Sia Putin che Recep Tayyip Erdogan sono decisi a non permettere un raffreddamento dei rapporti bilaterali“, sottolinea Shevtsova, “tanto più un ritorno alla crisi di un anno fa”.

A confermarlo sarebbero il colloquio telefonico pressoché immediato tra i due presidenti nonché l’incontro di ieri a Mosca dei loro ministri degli Esteri. La cornice, evidenzia l’esperta, è stato un vertice tripartito chiamato a battezzare nuove alleanze.

Putin vuole costruire una coalizione con la Turchia e l’Iran decidendo il destino della Siria senza gli Stati Uniti e l’Occidente” dice Shevtsova: “Un progetto condiviso da Erdogan, nonostante la diffidenza o l’aperta ostilità dell’opinione pubblica del suo Paese nei confronti dell’intervento di Mosca”.

Un atteggiamento che sarebbe confermato indirettamente dall’assassinio di Karlov, commesso da un poliziotto che ha sostenuto di voler “vendicare” Aleppo. “In Turchia ma anche in diversi Paesi occidentali, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna”, sottolinea la cremlinologa, “la Russia è spesso considerata alla stregua di un aggressore della Siria“.

L’assassinio di Karlov come prezzo da pagare, questa la tesi. Sostenuta da elites liberali, ragiona Shevtsova, “che trovano analogie tra la campagna russa a sostegno di Bashar Assad, quella sovietica in Afghanistan e quelle americane in Vietnam o Iraq”.


L’assalto al commissariato di Groznyj in Cecenia di domenica scorsa


Paragoni azzardati che confermano però come per il Cremlino la Siria rischi di diventare una “lovushka”, un po’ trappola un po’ vicolo cieco. “Mosca non ha alcun interesse strategico in questa guerra, intrapresa solo per uscire dall’isolamento dovuto alle crisi d’Ucraina e Crimea”, sottolinea Shevtsova.

Convinta che l’obiettivo sia stato raggiunto, ma a un prezzo destinato a salire. Al di là dell’omicidio di Karlov, preoccupa la situazione interna nella Federazione russa, incrocio di etnie, culture e religioni, nel Caucaso a maggioranza musulmana.

“In Siria, Mosca si è inserita in un conflitto che contrappone gli sciiti che guardano ad Assad ai sunniti associati spesso ai ribelli” evidezia l’esperta: “Un problema se si considera che la gran parte dei musulmani di Russia è sunnita, in Cecenia e non solo“. Che i rischi siano concreti lo hanno confermato domenica scorsa gli assalti ai commissariati di Groznyj. I morti, nonostante i proclami di pacificazione del rais filo-russo Ramzan Kadyrov, sono stati almeno sette. “Un episodio significativo”, commenta Shevtsova, “con una traccia siriana”.

Di Vincenzo Giardina

21 dicembre 2016
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