Le piante? Si mangiavano (cotte) già 10.000 anni fa, nel Sahara

BOLOGNA – Diecimila anni fa, nella regione del Sahara libico che all’epoca non era un deserto, si mangiavano piante e verdure. E per cuocerle, le popolazioni preistoriche utilizzavano recipienti di ceramica. E’ l’ultima scoperta che arriva dalla missione internazionale in Libia a cui hanno preso parte gli archeologici e botanici dell’Università di Modena e Reggio Emilia (ma ci sono anche Bristol, Milano e La Sapienza di Roma, che guida la spedizione). In pratica, quindi, quando qualunque tipo di pratica agricola era ancora lungi da venire in quell’area, le popolazioni già avevano cominciato a nutrirsi di piante. Quali? Cereali e piante acquatiche, soprattutto, che cuocevano a lungo. La regione del Sahara, allora, era molto diversa da come è oggi: c’era una ricca vegetazione che forniva alle popolazioni un’ampia varietà di risorse energetiche di origine vegetale. La missione internazionale e interdisciplinare di archeologi e botanici ha trascorso diversi anni nella zona archeologica desertica dell’attuale Libia. I risultati della loro ricerca, pubblicati in questi giorni sulla rivista Nature Plants nell’articolo “Earliest direct evidence of plant processing in prehistoric Saharan pottery”, raccontano di una vita che non ti aspetti e di un regime alimentare non scontato, per quell’epoca. Ma anche un’abilità nel lavorare le piante che fino ad ora era rimasta sconosciuta. Non solo diecimila anni fa, dunque, era comune nutrirsi di piante, ma anche curarne la preparazione attraverso la cottura in manufatti ceramici, innovazione questa che deve aver cambiato irreversibilmente il nostro percorso culturale già a partire da 10.000 anni fa.

Il lavoro di analisi di tutto il materiale botanico raccolto in vent’anni di scavi (nell’area sono state trovate in perfetto stato di conservazione molte piante accumulate dentro dei ripari) è stato fatto da Anna Maria Mercuri nel Laboratorio di Palinologia e Paleobotanica del dipartimento di Scienze della Vita di Unimore, che spiega: “Sapevamo che frutti, semi, radici e fusti di specie utili erano raccolti in questi siti per molti scopi, da quello alimentare alla fabbricazione di cestini, e sapevamo che questo territorio poteva sostenere la crescita di una vegetazione rigogliosa. Quello che non sapevamo ancora e che oggi ci sorprende è stato scoprire il consumo di preparati a base di sole piante, ad esempio intere e immerse a bollire, oppure misti con cibi di origine animale e ciò anticipando di quasi 5000 anni l’avvento delle prime tecniche agricole nella regione”.

Quali erano le piante più utilizzate? “Il confronto tra dati chimici, archeobotanici ed etnobotanici ha permesso di circoscrivere i cereali selvatici, le ciperacee e le piante acquatiche, quest’ultimo dato veramente inatteso, più frequentemente cotte nei contenitori- prosegue la docente-. Anche se il cibo è alla base di questi usi, le piante acquatiche suggeriscono l’estrazione di principi medicinali da alcune specie”. Anche l’utilizzo dei recipienti in ceramica per cuocere verdure è una grande novità, ‘certificata’ dal laboratorio dell’Università di Bristol, che ha studiato 110 frammenti di materiale ceramico (potsherds) provenienti dal riparo sotto roccia di Takarkori e dalla grotta di Uan Afuda. “Sebbene ci fosse già prova che questi vasi fossero usati per lavorare prodotti animali quali il latte, fino ad oggi il loro ruolo nella preparazione di piante era rimasto assolutamente sconosciuto”, dice ancora Mercuri.

Dai siti archeologici del deserto della regione del Fezzan (teatro della missione in Libia) emerge quindi “un’evidenza archeobotanica straordinaria”. Alle piante di Takarkori, ad esempio, trovate in perfetto stato di conservazione mummificato, la prestigiosa rivista Nature Plants dedica una pagina di fotografie. Il materiale botanico e il polline estratto dai depositi del Tadrart Acacus fanno parte della archeobotanica africana (polline e macroresti) che a Modena è studiata sin dagli anni ’90. “Ora che le aree della Libia sud-occidentale, esplorate per anni dal gruppo multidisciplinare della Missione della Sapienza, non sono più raggiungibili, il valore di queste ricerche, e dei campioni botanici conservati a Modena, è ancora più significativo”, aggiunge Mercuri. La missione internazionale è guidata da Savino di Lernia dell’Università La Sapienza di Roma. Tutto il materiale botanico e la campionatura dei reperti di specie vegetali di oltre vent’anni di scavi, inclusi quelli di questa ricerca, sono affidati al Laboratorio di Palinologia e Paleobotanica del Dipartimento di Scienze della Vita di Unimore. La missione si è svolta nella regione del Fezzan, in Libia, sulle montagne del Tadrart Acacus, già note e patrimonio Unesco.

di Marcella Piretti, giornalista professionista

21 Dic 2016
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