Bufera social sul figlio di Poletti: "Parassita, emigra anche tu" - DIRE.it

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Bufera social sul figlio di Poletti: “Parassita, emigra anche tu”

BOLOGNA – La rete non perdona. E così il figlio del ministro Giuliano Poletti, Manuel, direttore del settimanale ravennate Sette sere e presidente della cooperativa Media Romagna, destinataria in tre anni di circa 500.000 euro dal fondo per l’editoria, paga pegno su Facebook. “Parassita“, “emigra assieme a tuo padre“, gli scrivono su Facebook, in calce ad un suo post sul Pd. Una sessantina di commenti (destinati ad aumentare), tutti contro il padre e la presunta condizione di privilegiato del figlio. “Potresti dire a tuo padre di togliersi dai piedi? O ti preoccupa che mandare a quel paese il sistema in tutto il suo ladrare non ti faccia arrivare più soldi per il tuo insulso giornalino?”, scrive Antonio. “C’è speranza che tu e tuo padre emigriate in Norvegia? Magari con un bel contratto Jobs act?”, chiede Francesco. “Fossi in te chiuderei il profilo pubblico. Tu parli di speranza… se è vero quello che leggo sui giornali tu a 42 anni dirigi un giornale senza laurea dietro ad una cooperativa che ha preso 500.000 euro di fondi pubblici in tre anni, tuo padre ministro, tua mamma assessore nel comune di Castelguelfo e tieni anche il coraggio di parlare?”, scrive Sergio. Scorrendo i commenti, si leggono molti insulti, tanti inviti a lasciare il Paese e riferimenti al ministro, finito nel mirino per una frase sui giovani che hanno lasciato l’Italia per cercare lavoro all’estero (“Conosco gente che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”, ha detto Poletti).

Pochi i commenti a difesa del giornalista. “Signor Poletti, non la condivido, ma le esprimo (da espatriato) la mia solidarietà per i beceri e inqualificabili insulti che sta ricevendo”, è il messaggio di Giorgio. Insomma, non sono bastate le spiegazioni fornite da Manuel Poletti in un’intervista a ‘Il Fatto quotidiano’ (“Io mi sporco anche le mani, mio padre non c’entra nulla con quei soldi”, assicura), il web non perdona, nè le parole del padre, nè tantomeno quei fondi pubblici arrivati alla sua testata.

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21 dicembre 2016
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