Diaspore come fattore di crescita e sviluppo: la tavola rotonda ‘Iabw’

ROMA – “Le associazioni della diaspora devono lavorare e di più, devono diventare attori attivi del Terzo settore”. A lanciare l’appello è Silvia Stilli, portavoce dell’Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionali (Aoi), e presente al panel ‘La nuova cooperazione: quale sinergia creare tra diaspora, Ong e settore privato’, nell’ambito dell’Italia Africa Business Week (Iabw), che si è tenuta dal 17 al 18 ottobre a Roma. 

A quattro anni dalla riforma della legge sulla Cooperazione allo sviluppo, molto secondo gli esperti sarebbe rimasto sulla carta, senza tradursi in azione concreta. Dal momento che la legge promuove le imprese private e le associazioni della diaspora ad attori che possono ambire a collaborare a piani di sviluppo, Stilli chiede maggior programmazione e co-progettazione: serve sinergia, affinché i vari attori siano coinvolti in modo trasversale e concreto. I partenariati con gli enti locali ad esempio per Monica Dragone, senior officer Unità relazioni e cooperazione fra città del Comune di Milano, sarebbero fondamentali: “Pensiamo alle città: per loro natura sono concrete, vicine ai bisogni reali e pressate dai loro cittadini, e in particolare dalle associazioni delle diaspore”.

Dragone cita il caso di Milano, dove “vari spazi di riqualificazione urbana sono gestiti da associazioni della diaspora, che aggiudicandosi i bandi, hanno dato prova di particolare forza e determinazione”.

Più in generale, i relatori hanno messo in luce il ruolo economico e sociale di questi soggetti per i due continenti: “Le diaspore africane in Europa inviano all’Africa 70 miliardi in rimesse all’anno: il doppio di quanto giunge dagli investimenti europei, che si aggirano intorno a 35 miliardi di euro”, dice Marie Chantal Uwitonze, presidente dell’African Diaspora Network-Europe. D’accordo con lei anche altri relatori, da cui emerge un fatto interessante: una parte delle rimesse viene normalmente destinata a interventi sociali diretti sul territorio, come la costruzione o il rinnovamento di strade, scuole, ospedali e così via.

Oltre a contribuire allo sviluppo nei Paesi di origine, le diaspore sostengono anche “più che attivamente” la crescita delle economie europee: lo ha affermato ancora Uwitonze, spiegando che Adne è stata fondata proprio “per creare consapevolezza sull’importanza economica dei migranti per i Paesi che li accolgono”. Nata in Ruanda ma residente in Belgio, l’esperta ha raccontato: “Quando sono arrivata in Europa mi ha stupito quanto poco gli organismi della diaspora venissero coinvolti nei processi decisionali. Dal 2015 la situazione ha iniziato a cambiare”. Quindi “bisogna valorizzare gli aspetti positivi della loro presenza. D’altronde è la mancanza di lavoro nei Paesi di origine a creare le migrazioni: ecco perché Adne implementa anche progetti per la creazione d’impresa”.

Un punto da cui parte la testimonianza da Karounga Camara, “ex immigrato in Italia”, poi tornato in Senegal dove oggi è imprenditore. Dalla sua esperienza ha anche tratto un libro: ‘L’emigrazione degli africani: osare il ritorno’. “La cooperazione in Africa è utile solo se agisce in collaborazione con gli africani, sia della diaspora in Italia che con quella di ritorno. Le ong in Africa fanno molto– ha osservato ancora Camara-, ma con risultati contrastanti. Dovrebbero avere un approccio meno caritatevole e invece dedicarsi allo sviluppo dell’imprenditorialità, per creare posti di lavoro e rimettere così in piedi le comunità. Quando io ho fondato la mia azienda, Senita Food, ha ottenuto know-how da un’azienda italiana”, ha ricordato ancora l’imprenditore, che ha concluso: “È tempo di creare un solido legame tra settore privato in Europa ed Africa, ma mediato dalle ong”.

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21 ottobre 2018
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