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Ius soli, Ius sanguinis e Ius culturae: come diventare cittadini in Italia e nel mondo

ROMA – A Palazzo Madama l’ultimo scazzottata – metaforica e non solo – ruota intorno al diritto di cittadinanza. Nel nostro Paese, in base a una legge del ’92, vengono considerati italiani tutti quelli che hanno almeno un genitore italiano, i discendenti di italiani che sono in grado di dimostrare la catena parentale fino ai parenti italiani e gli apolidi o i figli di ignoti nati in Italia.

La cittadinanza si trasmette perciò secondo il principio dello Ius sanguinis. Il nuovo testo in discussione al Senato, presentato dal Partito Democratico, espanderebbe i criteri per ottenere la cittadinanza e riguarderebbe soprattutto i bambini nati in Italia da genitori stranieri o arrivati in Italia da piccoli.

Le novità ruotano attorno ai concetti di Ius soli “temperato” (un bambino nato in Italia diventa automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trova legalmente nel Paese da almeno 5 anni) e Ius culturae (potranno chiedere la cittadinanza i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano superato almeno un ciclo scolastico).

Ma come funziona all’estero?

Le regole meno severe si trovano negli Stati Uniti, patria dello Ius soli “puro”, difeso anche dal presidente Trump che ha parlato di “modello unico per salvaguardare i diritti del nascituro e lo sviluppo delle culture”. In sostanza: chiunque nasce negli Usa è considerato americano, e lo è anche chi non nasce in territorio nazionale ma da genitori americani, almeno uno dei due deve essere stato residente negli Stati Uniti. Regole simili anche in Canada e nella maggioranza dei Paesi sudamericani, a cominciare da Argentina e Brasile. A sorpresa in questa lista rientra anche il Pakistan.

In Europa la situazione è più variegata, in quanto la materia è di stretta competenza nazionale e l’Unione europea – a differenza di quanto sostenuto da Grillo, che ha invocato il parere dei vertici comunitari – non ha voce in capitolo. La legge francese prevede ad esempio che ogni bambino nato in Francia da genitori stranieri può chiedere la cittadinanza al compimento di 18 anni se ha vissuto stabilmente nel Paese per almeno 5 anni. È invece cittadino tedesco chi nasce in Germania, quando almeno uno dei genitori risiede regolarmente nel Paese da minimo 8 anni; diventa britannico chi nasce da un genitore con un permesso di soggiorno a tempo indeterminato.

La “multietnica” e “cosmopolita” Olanda, che non garantisce la cittadinanza a chi nasce nel Paese, viene invece menzionata dal leader leghista Matteo Salvini: “Lì arrivi alla maggiore età e scegli, in modo maturo, che futuro avere. Regalare la cittadinanza mi sembra una follia”. Un’ultima battuta sull’estremo Oriente, dove prevale lo ius sanguinis. In Giappone i criteri per la naturalizzazione, che si può ottenere compiuti i 20 anni, richiedono almeno cinque anni di residenza ininterrotta.

di Niccolò Gaetani, giornalista professionista

21 giugno 2017

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